Davanti a una macchina fotografica, qualcosa cambia sempre.
Il suono dello scatto, una frazione di secondo, attraversa l’aria quasi senza farsi notare.
I parametri sono corretti, la scena è lì. Eppure, in quell’istante, succede altro.
Non si registra la realtà: si decide.
È da questa posizione che parte il lavoro di Alessandro Mancuso, fotografo ed editore che vive a Messina, in Sicilia.
Ogni inquadratura include, esclude, prende posizione. Ci sono immagini che funzionano, e altre che diventano inevitabili. Sono quelle che non lasciano spazio ad alternative.
La nostra conversazione si muove dentro questo spazio: cosa accade nel momento dello scatto, quando tecnica, intuizione e responsabilità coincidono.
Intervista ad Alessandro Mancuso: quando uno scatto diventa necessario
La fotografia mantiene un equilibrio sottile: mostra la realtà ma allo stesso tempo la ricrea. Come si colloca questo per te?
«Non cerco di mostrare la realtà: la decido. Ogni scelta – dove mi posiziono, cosa includo e cosa escludo dall’inquadratura, che luce utilizzo, il momento esatto in cui scatto – è già un’interpretazione. Anche quando sembra tutto spontaneo, sotto c’è una serie di decisioni istintive ma precise. Come un chirurgo che opera a mani nude: sembra improvvisazione, è mestiere. Se fotografo una persona, posso fare un’immagine corretta, leggibile, oppure posso aspettare quell’attimo in cui lo sguardo, la postura o la luce spostano tutto. È lì che la fotografia smette di essere descrittiva».

Per parafrasare Roland Barthes in La camera chiara, nel ritratto convivono ciò che siamo, ciò che vogliamo mostrare, ciò che il fotografo vede e ciò che l’immagine trattiene.
Come fai a ritrovare lo sguardo più vero di un soggetto, sommerso dalle sue infrastrutture?
«La maschera c’è sempre. Appena qualcuno sa di essere fotografato, scatta qualcosa – una micro-recita, una postura leggermente corretta, uno sguardo che si aggiusta. È involontario ma è lì. E in fondo è anche interessante, perché quella maschera dice qualcosa quanto il volto che nasconde. Il modo in cui cerco di superarla non è psicologico. Non faccio il gioco del metti a proprio agio il soggetto. Tutt’altro.
È una questione di tempo e di distrazione. Aspetto. A un certo punto la persona si stanca di recitare, si dimentica della macchina fotografica. E lì c’è uno scarto minimo – spesso frazioni di secondo – in cui qualcosa di non controllato affiora. È quello il momento. Quello e nessun altro.
Eolo Perfido nei suoi workshop dice che il lavoro del fotografo è osservare, che lo sguardo è qualcosa che si può riconfigurare. È vero. Ma nel ritratto osservare significa anche saper aspettare che l’altro smetta di guardarsi attraverso i tuoi occhi. Quando, raramente, ci riesce, la fotografia smette di essere un documento e diventa qualcos’altro. Cosa esattamente non lo so dire».

In questo senso, la fotografia non appare come qualcosa che si interpreta soltanto, diventa qualcosa che si fa — e che, nel farsi, produce conseguenze.
«Ci sono immagini tecnicamente perfette – luce giusta, composizione impeccabile – che finiscono lì. Le guardi e non succede niente. È meglio andare a farsi una birra.
Per me una fotografia è qualcosa che resta quando tutto il resto cade. Barthes lo chiamava punctum – quel dettaglio che ti punge – ma per me non è soltanto un dettaglio: è il momento in cui tutte le scelte che hai fatto, anche quelle di cui non eri consapevole, si allineano e producono qualcosa che va oltre l’intenzione. È più fisico che intellettuale.
Cartier-Bresson lo riassumeva in una frase sola: “Fotografare è porre sulla stessa linea di mira la mente, gli occhi e il cuore”. Non tre cose diverse. Una sola linea».
Cosa deve accadere perché uno scatto diventi “necessario”?
«Deve esserci una coincidenza precisa tra quello che hai davanti e il momento in cui fai partire l’otturatore. Sbagli di 1/125 di secondo e quella fotografia non è mai esistita. Ma quando funziona, te ne rendi conto immediatamente: perché non è replicabile e non è migliorabile. È chiusa. “Necessaria” è esattamente questo. Una fotografia che non lascia spazio ad alternative. Come certe persone. Ma è meglio non approfondire».
Esiste un momento preciso, un tuo scatto che, in un certo senso, è stato significativo per te?
«Se devo pensare a uno scatto che mi ha davvero segnato, non è una mia fotografia.
È Ordeal by Roses #32 di Hosoe. Il volto di Mishima che emerge dal nero, tagliato dalla luce, con una rosa tra le labbra. Costruito e inevitabile allo stesso tempo, come se non potesse essere diverso da così. Come se quella fotografia fosse sempre esistita e Hosoe l’avesse solo trovata.
Hosoe ha dichiarato più volte di cercare di “rendere visibili cose che non si possono vedere, come i ricordi”. Per me tutto parte da lì. Quella fotografia mi ha fatto capire che uno scatto non è mai solo ciò che mostra: è una presa di posizione, l’urgenza fisica di urlare attraverso un’immagine quasi teatrale. Ho riconosciuto qualcosa che sentivo anch’io ma non sapevo ancora nominare.
Da lì in poi, ogni volta che scatto, cerco la stessa cosa: arrivare a un punto in cui non potrei fare altro. Quando lo trovi, lo sai. È come riconoscere una parola che non avevi mai sentito ma che aspettavi da sempre».

Il tuo linguaggio è cambiato nel tempo da quando sei nato come fotografo, o ha mantenuto quell’essenza di universalità del particolare che ti ha sempre contraddistinto?
«Sì, è cambiato. Ma non nel senso in cui di solito si intende.
Non credo molto all’idea di evoluzione come superamento, come se ci fosse un prima ingenuo e un dopo più consapevole. All’inizio cercavo immagini. Oggi cerco di alimentare una necessità, dedicandomi quasi esclusivamente a progetti fotografici autoriali.
Quello che forse è rimasto costante è proprio quello che tu chiami universalità del particolare – anche se lo direi in modo più semplice: partire sempre da qualcosa di estremamente concreto, un volto, un gesto, e spingerlo fino a quando smette di essere solo se stesso. Togliere le spiegazioni. E anche una certa idea di bella immagine.
Il linguaggio cambia, nei modi, nelle forme, nella tecnica. Ma se c’è qualcosa che resta è una specie di ossessione: cercare, dentro qualcosa di molto preciso e limitato, il punto esatto in cui quell’immagine smette di appartenere solo a quel momento e diventa condivisibile, inevitabile, per chi la guarda. Come certe strade della tua città: le conosci a memoria, eppure ogni volta ci trovi qualcosa che non avevi visto».

La riflessione tocca anche un nodo attuale: l’etica. Perché se fotografare significa prendere posizione fisica a concettuale, allora implica anche una responsabilità.
«C’è un momento, quando fotografi qualcuno che non ti conosce, in cui senti esattamente quanto pesi. Non la macchina fotografica. Tu. La tua presenza, la tua intenzione, il fatto che stai per portare via qualcosa. La responsabilità etica nasce lì, in quel momento di peso. Non nei manuali. Non nelle dichiarazioni di poetica. Sul campo, quando hai davanti una persona reale e devi decidere in frazioni di secondo non solo come fotografarla, ma se fotografarla. E perché.
Ho imparato che c’è una differenza enorme tra fotografare qualcuno e fotografare su qualcuno. Nel primo caso esiste una relazione silenziosa, rapida, a volte impercettibile, ma sempre reale. Nel secondo c’è solo prelievo. Come prendere qualcosa dal tavolo di qualcun altro senza chiedere permesso.
Il soggetto lo percepisce quasi sempre. Anche quando non riesce a nominarlo. La fotografia è estrattiva per natura: entra in un luogo, in una vita, in un volto, e ne porta via un frammento. Lo congela, lo sposta, lo mostra altrove, spesso a persone che non sapranno mai nulla del contesto in cui quell’immagine è nata.
Questa operazione non diventa eticamente sostenibile grazie a un modulo firmato. Soltanto se chi fotografa è consapevole del debito che contrae. E se quella consapevolezza entra nell’immagine, non come didascalia morale, ma come qualità dell’attenzione».
Non tutto ciò che viene fotografato è neutro. Non tutto ciò che vediamo è inevitabile.
Immagini di Alessandro Mancuso
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