C’è un confine sottile tra verità e finzione. Salvatore Mancuso e Salvatore La Mantia, in arte Toti e Totino, sono due comici siciliani palermitani che costruiscono i loro spettacoli percorrendo questo equilibrio.
Il loro repertorio spazia dal cabaret classico alle rappresentazioni teatrali, spesso in dialetto siciliano, come Miseria e Nobiltà o Due dozzine di rose scarlatte. Le loro performance sono note per l’alto livello di improvvisazione, e infatti la nostra intervista procede lungo il percorso disseminato di implicature ironiche, tra giochi di parole e battute frizzanti.
Li incontriamo a Milazzo, in provincia di Messina, in occasione di uno spettacolo, e ci accolgono con affetto e simpatia.
Toti e Totino: il momento più bello è ridere
Voi siete qui per far ridere, ma cos’è che in realtà fa ridere voi?
«Ci fa ridere tutto ciò che riteniamo davvero comico… anche se non è facile farci ridere, perché per lavoro siamo sempre immersi nella comicità. Però spesso le migliori idee nascono proprio dal dramma: a volte ciò che è drammatico o imprevisto diventa comico. Pensa a una caduta improvvisa per strada, prima ti preoccupi ma l’istinto è anche quello di ridere» risponde Toti.
E infatti la comicità nasce proprio da quel confine sottile tra realtà e paradosso.
Tra voi due chi è più serio?
«In realtà siamo entrambi seri, ma non seriosi — interviene Totino — e la differenza è fondamentale. La serietà nel nostro lavoro è indispensabile: far ridere è una cosa molto seria, come diceva Totò. Poi certo, sul palco giochiamo, ironizziamo, ma dietro c’è rispetto per il pubblico. E forse oggi la parola ‘serio’ andrebbe anche ridefinita: vediamo in giro persone molto ‘importanti’ che si definiscono serie, ma non sempre lo sono davvero».
La leggerezza è nello spirito, diceva Italo Calvino, e aveva ragione.

Alla domanda sul loro rapporto con la gente nelle piazze, rispondono come solo loro due sanno fare, alternandosi con battute a effetto e trasformando tutto in uno sketch improvvisato, con un’esilarante digressione tra paralleli, verticali e ricordi improbabili, giocati con la sottoscritta. Ma il messaggio è chiaro: il pubblico, ovunque sia – nelle piazze o nei teatri o in tv – resta il loro punto di partenza e, allo stesso tempo, il cuore di ogni performance.
Quanta improvvisazione c’è realmente nei vostri spettacoli?
Toti chiarisce che nel mondo dello spettacolo esiste una scuola di improvvisazione. «Ti insegnano le tecniche, ma la vera improvvisazione o ce l’hai o non ce l’hai. Per noi fa parte dello spettacolo ma non può essere tutto lo spettacolo. C’è una struttura, un lavoro scritto, dei tempi precisi.
Però dentro quella struttura l’improvvisazione è fondamentale: è la capacità di cogliere subito qualcosa che succede — un gesto, una parola, una reazione del pubblico — e trasformarla in comicità. Anche in questa intervista stiamo improvvisando parecchio. In teatro o in piazza succede lo stesso: si crea una relazione immediata con il pubblico, e da lì può nascere qualcosa di unico ogni sera».

Qual è il momento che preferite di più del vostro spettacolo?
«Il momento più bello? Quando ci pagano!» scherza Totino. Poi però entrambi si fanno seri: «Il momento più bello dovrebbe essere la risata e l’applauso. Ma ti dirò di più: è ancora più bello quando la gente non riesce neanche ad applaudire perché sta ridendo troppo. Quello è il segnale che sei arrivato davvero».
Spiegano che l’applauso più autentico non è quello compatto e “pilotato”, ma quello che nasce spontaneamente, quasi a macchia di leopardo: qualcuno ride ancora, qualcun altro inizia ad applaudire, qualcun altro deve riprendersi. È lì che si misura la riuscita di uno spettacolo.

E poi c’è un altro momento speciale, conclude Toti: «Quando alla fine la gente ci aspetta fuori. Non è solo per fare i complimenti: spesso percepiamo un affetto familiare. È come se fossimo entrati nelle loro case, soprattutto grazie alla televisione. E quando senti quell’affetto capisci che il tuo lavoro ha lasciato qualcosa».
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