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Scuola e intelligenza artificiale: una sfida di senso

Intervista al sociologo Francesco Pira, docente dell’Università di Messina, sul divario comunicativo tra studenti e istituzioni scolastiche e sul ruolo dell’intelligenza artificiale nei processi di apprendimento

La scuola è il luogo in cui i ragazzi iniziano a costruire la propria identità e a formare uno sguardo sul mondo. Ma cosa accade quando l’istituzione scolastica fatica a tenere il passo con i cambiamenti sociali e tecnologici? In un contesto segnato dalla digitalizzazione pervasiva e dall’intelligenza artificiale, il divario non è soltanto tecnologico: è culturale e comunicativo. La questione non riguarda l’uso delle tecnologie in sé, ma la capacità di governarle senza rinunciare alla profondità del pensiero critico e alla centralità della relazione educativa.

Ne parliamo con il sociologo Francesco Pira, docente all’Università di Messina e studioso dei processi comunicativi ed educativi delle nuove generazioni.

C’è il rischio che la scuola parli un linguaggio sempre più distante da quello dei ragazzi?

«La trasformazione degli scenari comunicativi in cui crescono bambini e adolescenti pone la scuola di fronte a una sfida inedita: ridefinire il proprio linguaggio educativo in una realtà sempre più segnata dalla digitalizzazione pervasiva e dall’intelligenza artificiale. Il rischio di uno scollamento tra l’istituzione scolastica e i vissuti degli studenti non nasce dalla tecnologia in sé, ma dalla capacità – o dall’incapacità – di governarla in modo che favorisca apprendimento, riflessione critica e sviluppo culturale.

L’uso dell’intelligenza artificiale generativa, come evidenziano i dati sul traffico legato a ChatGPT, appare ancora prevalentemente inserito in una logica emergenziale, più come strumento funzionale che come elemento integrato in un progetto pedagogico strutturato».

In che modo l’intelligenza artificiale può incidere sui processi di apprendimento?

«Gli studenti la utilizzano prevalentemente come scorciatoia per svolgere compiti o produrre testi, mentre la sua integrazione nei percorsi educativi resta spesso frammentaria e priva di una chiara progettualità pedagogica. Ne deriva una frattura comunicativa significativa: da un lato ambienti digitali complessi e iperconnessi, dall’altro una scuola che rischia di limitare le tecnologie a semplici strumenti operativi, senza sviluppare capacità critiche, autonomia cognitiva e abilità argomentative.

Quando l’innovazione tecnologica si riduce all’adozione di piattaforme senza una riflessione sui linguaggi, sui media e sui processi di costruzione del sapere, la distanza tra scuola e studenti tende inevitabilmente ad ampliarsi».

Scuola e IA la sfida educativa secondo Francesco Pira

Quali rischi comporta un uso non consapevole dell’intelligenza artificiale e quale dovrebbe essere oggi il vero significato dell’educare?

«L’intelligenza artificiale, se non mediata con consapevolezza, può rafforzare la delega cognitiva, ridurre la capacità di elaborare autonomamente le informazioni e impoverire la riflessione critica. In questo scenario entra in gioco l’educomunicazione, in una condizione “on-life” in cui online e offline sono ormai intrecciati.

Educare significa formare alla comprensione dei linguaggi digitali e algoritmici, stimolando una produzione attiva di significato, la libertà di pensiero e il senso di responsabilità. L’educomunicazione non consiste nell’adottare passivamente il linguaggio dei ragazzi, ma nel costruire uno spazio condiviso in cui padronanza tecnologica, senso critico e cittadinanza si intrecciano.

Integrando l’intelligenza artificiale in modo guidato e riflessivo, la scuola può recuperare centralità educativa, contrastare la delega cognitiva e trasformare le tecnologie in strumenti di apprendimento e partecipazione attiva. Solo così diventa possibile restituire senso ai percorsi di conoscenza e rendere la scuola un luogo in cui i ragazzi non subiscono l’educazione, ma la vivono come esperienza significativa, capace di prepararli alla complessità del mondo contemporaneo».

Scuola e IA: la sfida educativa secondo Francesco Pira

Cosa dovrebbe fare la scuola per tornare a essere un luogo in cui vale la pena restare?

«Per rendere la scuola uno spazio in cui i ragazzi desiderano restare, è necessario trasformarla in un ambiente dinamico e coinvolgente. Non basta più fornire contenuti o strumenti digitali: occorre costruire percorsi in cui l’esperienza educativa diventi significativa, dialogica, orientata alla costruzione di valori.

In un mondo in cui piattaforme come TikTok, YouTube, chat e GPT plasmano gusti, opinioni e relazioni, la scuola può svolgere un ruolo unico: aiutare i giovani a comprendere, filtrare e rielaborare criticamente le informazioni, evitando che diventino passivi spettatori di algoritmi invisibili».

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In che modo l’educomunicazione può rendere più significativo l’apprendimento?

«L’educomunicazione rappresenta una chiave strategica. Insegnare a comunicare, a decodificare i media e a partecipare attivamente alla società significa trasformare gli studenti in protagonisti consapevoli del proprio percorso di apprendimento e della vita civile.

Laboratori di produzione di contenuti, giornali digitali di classe, podcast o video capaci di raccontare storie alternative alle narrazioni polarizzanti permettono ai ragazzi di esercitare pensiero critico, creatività e responsabilità. In questo modo l’apprendimento non è più una sequenza di compiti, ma una pratica viva e collaborativa.

Fondamentale è anche la costruzione di relazioni autentiche: gli insegnanti diventano mediatori e facilitatori del dialogo, guide capaci di ascoltare e valorizzare le differenze, creando spazi in cui dubbi e domande trovino accoglienza».

La sfida, allora, sembra essere quella di dare un senso alla tecnologia. Solo così la scuola potrà tornare a essere uno spazio in cui i ragazzi e le ragazze crescono davvero.

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Valentina Michela Di Salvo
Valentina Michela Di Salvo
Giornalista, Direttore di PDQ Magazine. Mail: valentina.disalvo@pdqmagazine.com ---------------------------------------------------- Credo nella scrittura come strumento di fiducia e nel giornalismo come spazio di ascolto e ricostruzione del senso collettivo
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