HomeGiovani & ScuolaUna generazione esposta o perduta? La scuola dopo il Covid

Una generazione esposta o perduta? La scuola dopo il Covid

Non è solo abbandono scolastico, ma un distacco silenzioso che ridefinisce il rapporto tra giovani, apprendimento e realtà. Ne parliamo con il Prof. Francesco Pira

Quando pensiamo alla dispersione scolastica, la prima immagine che ci viene in mente è quella di un’aula vuota. Sedie in disordine, un banco segnato dal tempo, una porta socchiusa. E poi il silenzio. È a quel silenzio che associamo l’abbandono, la forma più visibile della dispersione. Ma esiste anche un’altra realtà, più difficile da riconoscere e da misurare, perché sfugge alle statistiche: quella degli studenti che frequentano le lezioni fino all’ultimo giorno, arrivano al diploma, ma lungo il percorso perdono il legame con l’apprendimento, con gli altri e con la realtà. È la cosiddetta dispersione implicita, un distacco silenzioso che si consuma dentro le aule e che rischia di compromettere le possibilità future dei ragazzi.

Dispersione implicita, il silenzioso allontanamento dal sapere

n questo quadro particolare e sempre più visibile, ci siamo chiesti quale sia stato il ruolo della pandemia dato che, anche per la storia del mondo, continua a segnare un prima e un dopo.

Per comprendere meglio questo fenomeno, abbiamo intervistato il professor Francesco Pira, sociologo e docente all’Università di Messina, autore di numerose pubblicazioni e studioso dei processi educativi e comunicativi delle nuove generazioni.

La pandemia ha creato nuove forme di fragilità tra i ragazzi o ha reso più visibili e diffuse quelle già esistenti, come la dispersione implicita?

«La pandemia ha di certo agito come un potente fattore di accelerazione di molti processi già in atto, non solo dal punto di vista digitale. Ha reso visibili fratture che fino a quel momento si manifestavano in modo meno evidente, adesso osserviamo nei ragazzi fragilità soprattutto preadolescenziale che esistevano prima del 2020. Con il Covid hanno trovato una condizione favorevole alla loro intensificazione e soprattutto normalizzazione.

L’isolamento fisico, la sospensione delle pratiche di socialità, la centralità assoluta delle tecnologie digitali hanno inciso sui percorsi di crescita ridefinendo tempi, spazi e modalità nell’apprendimento della relazione. Proprio in questo contesto si è rafforzata questa forma di dispersione meno visibile ma non per questo meno incisiva, quella che possiamo appunto definire dispersione implicita».

dispersione implicita

Cosa significa esattamente dispersione implicita e perché oggi rappresenta un rischio così rilevante per gli adolescenti?

«Si tratta di una perdita di continuità nei processi educativi e relazionali che non si traduce necessariamente in abbandono ma in un progressivo indebolimento del legame con il sapere, con l’altro e anche con la realtà. La scuola a distanza, la piattaformizzazione dell’esperienza quotidiana hanno contribuito a spostare l’attenzione dall’elaborazione critica dei contenuti alla loro fruizione semplificata e quindi la tecnologia inizialmente percepita come strumento di protezione e continuità ha finito per consolidare modelli comunicativi basati sulla visibilità, sull’ottimizzazione del sé, riducendo la dimensione del confronto e della mediazione. Questa dinamica ha inciso in modo particolare sui processi di costruzione identitaria.

Gli adolescenti appaiono sempre più competenti sul piano tecnico ma al contempo più esposti a forme di solitudine, disorientamento, dipendenza dal riconoscimento del gruppo di pari.

Tornando al Covid, è opportuno specificare che l’esperienza pandemica ha reso evidente una crisi che è prima di tutto culturale e comunicativa, una crisi che chiama in causa il mondo adulto e le istituzioni educative sollecitate a ricostruire ambienti capaci di restituire profondità all’esperienza e senso ai percorsi di apprendimento, andando oltre la logica dell’emergenza e della pura performance».

dispersione implicita

Possiamo parlare di una generazione particolarmente esposta agli effetti della pandemia sul piano educativo e relazionale?

«Più che individuare una generazione perduta, è più corretto parlare di una generazione esposta a condizioni inedite che potrebbero produrre effetti di lungo periodo. Preadolescenti e adolescenti che hanno attraversato la pandemia in una fase cruciale della costruzione identitaria si sono trovati a sperimentare un’interruzione prolungata delle pratiche di socialità, della vita comunitaria, dei contesti educativi in presenza, ma anche elementi centrali per lo sviluppo di competenze relazionali e cognitive.

Il rischio non è legato tanto all’evento pandemico in sé quanto alla sua sovrapposizione, con un ecosistema digitale già fortemente piattaformizzato. Infatti la centralità assunta dalle tecnologie durante quel periodo, ha consolidato modelli relazionali immediati, orientati al consenso, e questo può incidere nel tempo sulla capacità di abitare il conflitto, gestire la frustrazione, costruire legami fondati sulla reciprocità».

dispersione implicita

Quali conseguenze rischiano di emergere nel lungo periodo e cosa si può fare per evitarle?

«Gli effetti più duraturi potrebbero manifestarsi proprio sul piano dell’apprendimento e del rapporto con il sapere. Le conseguenze dipenderanno dalla capacità delle istituzioni educative, della scuola, del mondo adulto, di intervenire ricostruendo spazi di mediazione. Se accompagnata da politiche educative attente e da una riflessione critica sull’uso delle tecnologie, l’esperienza pandemica può ancora trasformarsi in un’occasione per ripensare i processi di apprendimento e rafforzare le capacità relazionali e partecipative delle nuove generazioni».

Ecco, forse il silenzio di quell’aula vuota che abbiamo immaginato all’inizio dell’articolo, ci racconta della distanza dal sapere, quel legame assottigliato e infine spezzato, che non riguarda soltanto la comprensione di un testo o la capacità di risolvere un problema numerico. Si tratta di un legame molto più profondo che si traduce con l’incapacità di vivere nel mondo. Comprenderla e affrontarla significa guardare oltre le statistiche e interrogarsi sul futuro di ogni singola storia.

Per tutti gli ulteriori aggiornamenti continua a seguirci su PDQ Magazine.

Valentina Michela Di Salvo
Valentina Michela Di Salvo
Giornalista, Direttore di PDQ Magazine. Mail: valentina.disalvo@pdqmagazine.com ---------------------------------------------------- Credo nella scrittura come strumento di fiducia e nel giornalismo come spazio di ascolto e ricostruzione del senso collettivo
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