HomePolitica & SocietàIl collasso che non è della legge, ma del mito globale

Il collasso che non è della legge, ma del mito globale

Perché la crisi dell’ordine internazionale rivela l’esaurimento dei fondamenti giuridici della modernità

Le parole del Segretario generale delle Nazioni Unite sul rischio di un “collasso” dell’ordine internazionale e della capacità dell’ONU di svolgere la propria funzione sono, a prima vista, forti, suggestive, cariche di pathos. Hanno la struttura tipica delle grandi dichiarazioni istituzionali: evocano un pericolo imminente, sollecitano una presa di coscienza, chiedono uno scatto di responsabilità collettiva.

Il fondamento giuridico della modernità e la sua crisi strutturale

E tuttavia, proprio per questo, meritano di essere analizzate con maggiore profondità, al di là dell’impatto emotivo. Perché il rischio, altrimenti, è che ci si muova sul terreno degli slogan, mentre il problema reale è di natura ben più radicale: non riguarda semplicemente la crisi di un’organizzazione internazionale, ma la crisi del concetto stesso di legge nella modernità.

Quando si afferma che “la legge sta collassando”, occorre prima chiarire di che cosa si stia parlando. Che cos’è la legge? Su che cosa si fonda? Da dove trae legittimità? Senza queste domande preliminari, qualsiasi allarme resta sospeso nel vuoto.

Nel pensiero classico, la legge non nasce come comando, ma come espressione di un ordine razionale. La legge è, anzitutto, qualcosa che rimanda alla giustizia, e la giustizia non è un prodotto della volontà, bensì il riconoscimento di ciò che è conforme alla natura dell’uomo. In questo orizzonte, la legge precede il potere: non è il potere a creare il giusto, ma il giusto a legittimare il potere.

La tradizione del diritto naturale — che attraversa il mondo greco, romano e cristiano — ha sempre sostenuto che esistono principi di giustizia conoscibili dalla ragione umana, anteriori a qualsiasi legislazione positiva. Non uccidere l’innocente, non mentire, rispettare i patti, proteggere i deboli, rendere a ciascuno il suo: questi non sono “accordi”, ma riconoscimenti. La legge positiva, cioè la legge scritta, è autentica solo nella misura in cui riflette, almeno in parte, questo ordine più profondo.

Con la modernità, però, questo impianto viene progressivamente abbandonato. L’uomo moderno smette di concepire la legge come derivazione della ragione e comincia a concepirla come prodotto della volontà. È qui che avviene la grande svolta teorica.

giuridico

In questo quadro si colloca il pensiero di Thomas Hobbes, per il quale la legge non è ciò che è giusto in sé, ma ciò che il sovrano comanda. Gli individui, per sfuggire alla guerra di tutti contro tutti, accettano di sottomettersi a un’autorità assoluta. Nasce così il diritto positivo moderno: la legge è comando, sostenuto dalla forza.

Questo passaggio ribalta completamente la gerarchia classica:non più ragione, giustizia, legge, forza ma potere, comando, legge, obbedienza.

È un mutamento di enorme portata. Tuttavia, anche assumendo integralmente questo paradigma moderno, resta un punto fermo: affinché esista una legge in senso proprio, devono esistere almeno tre elementi fondamentali: un’autorità sovrana unitaria, il monopolio della forza coercitiva e la capacità effettiva di imporre sanzioni.

Senza questi tre elementi, non siamo in presenza di legge, ma di raccomandazioni, accordi, dichiarazioni d’intenti. Ed è esattamente qui che emerge il nodo centrale: l’ONU non possiede nessuno di questi requisiti. Non è un sovrano. Non detiene il monopolio della forza. Non può imporre l’obbedienza agli Stati.

Le sue decisioni dipendono dal consenso. I suoi bilanci dipendono dalla buona volontà dei membri. Le sue risoluzioni dipendono dagli equilibri geopolitici. L’ONU non comanda: negozia. Non impone: auspica. Non sanziona in modo autonomo: chiede che altri sanzionino. Ne deriva una doppia impossibilità strutturale. Se ci muoviamo nel quadro del diritto naturale, l’ONU non può essere legislatore perché non è fonte di un ordine morale oggettivo. Se ci muoviamo nel quadro del diritto positivo moderno, l’ONU non può essere legislatore perché non è sovrano. In entrambi i casi, l’ONU non è — e non può essere — un soggetto produttore di legge in senso proprio.

Alla luce di questo, parlare di “collasso della legge” riferendosi alle difficoltà dell’ONU è concettualmente impreciso. Può esistere il collasso di un’istituzione, di una burocrazia, di una struttura amministrativa. Ma non può collassare ciò che, in senso pieno, non è mai esistito.

Ciò che sta collassando è l’illusione moderna di poter costruire un ordinamento giuridico universale senza sovranità e senza fondamento ontologico.

collasso giuridico

Questa illusione non è nuova. È antica quanto l’idea stessa di un potere umano capace di unificare il mondo sotto un’unica architettura. Il racconto biblico della torre di Babele esprime in forma simbolica proprio questo impulso: l’uomo che tenta di edificare un ordine totale, autosufficiente, fondato esclusivamente sulle proprie capacità.

Il fallimento di Babele, qualunque sia la lettura che se ne voglia dare, indica un limite strutturale: l’unità politica universale non è un dato spontaneo della storia umana. L’uomo tende naturalmente alla pluralità delle comunità, delle culture, delle autorità. Ogni progetto di uniformazione totale genera instabilità invece che ordine.

Il mondialismo contemporaneo è la versione secolarizzata di quel medesimo sogno. Un sogno che presuppone che: la legge possa nascere dal consenso, l’autorità possa essere diffusa, la sovranità possa essere diluita.

Ma tanto la filosofia classica quanto quella moderna, per vie opposte, mostrano che questo non è possibile. La prima perché afferma che la legge richiede verità. La seconda perché afferma che la legge richiede forza. Il sistema globale non possiede né l’una né l’altra.

Per questo le dichiarazioni dei grandi esponenti del mondialismo — che si tratti di leader politici, tecnocrati o dirigenti di organismi internazionali — suonano spesso come campanelli d’allarme privi di reale sbocco. Si descrivono gli effetti, ma non si toccano le cause. Si denuncia il malfunzionamento del sistema, ma non si mette in discussione il sistema stesso.

Il paradosso è evidente: si continua a parlare a una platea cresciuta dentro l’idea che “non esistono alternative”, mentre proprio l’esaurimento di questo paradigma è sotto gli occhi di tutti.

collasso giuridico

Ogni civiltà attraversa cicli storici. Quando un ciclo si avvia al tramonto, i segnali sono sempre simili: perdita di senso, moltiplicazione delle crisi, tentativi di riforma che non incidono sulla struttura profonda. Anche la fine dell’Impero romano non avvenne in un giorno preciso: fu un lungo processo di svuotamento, protrattosi per secoli.

Allo stesso modo, il mondo contemporaneo mostra i sintomi di una civiltà che ha spinto fino in fondo i presupposti del proprio modello: volontarismo giuridico, economicismo, globalizzazione integrale, riduzione dell’uomo a funzione produttiva. Il problema non è che l’ONU rischi il collasso. Il problema è che il paradigma che ha generato l’ONU sta esaurendo la propria spinta storica. E questo spiega perché le parole del Segretario generale, pur animate da buone intenzioni, appaiono a un osservatore attento come inevitabilmente insufficienti: non perché siano false, ma perché sono superficiali rispetto alla profondità della crisi.

Non siamo davanti a una crisi di bilancio. Siamo davanti a una crisi di fondamenti.

Per tutti gli altri aggiornamenti continua a seguirci su PDQ Magazine.

Andrea Cisternino
Andrea Cisternino
Editorialista di stampo giusnaturalista, cattolico tradizionale , moderato ma non troppo
ARTICOLI CORRELATI

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui

- Advertisment -

NOVITà

Recent Comments