C’è un momento, parlando con Cristiano Malgioglio, in cui per un attimo smetti di guardare il personaggio e vedi l’autore. Colui che ha scritto alcune delle canzoni più radicali della musica italiana: ha raccontato il desiderio senza strumentalizzarlo, la libertà senza mode.
Persino l’amore, alla radiografia della sua penna, è diventato qualcos’altro. Mai raccontato come una promessa o come una ferita: è stato messo a nudo anche quando ambiguo, scomodo, irrisolto. Sempre con estrema verità.
Nel corso della sua carriera Cristiano Malgioglio ha scritto per alcune delle voci più incisive della musica italiana — da Mina a Loredana Bertè, da Ornella Vanoni a Giuni Russo — privilegiando interpreti capaci di sostenere un linguaggio emotivo che, con lo sguardo di oggi, possiamo definire foriero su tanti temi.
Raffaella Carrà, Patty Pravo, Loretta Goggi, Orietta Berti, Claudia Mori, Andriano Celentano e Franco Califano. La lista degli interpreti è lunga ma, al di là dei nomi, ciò che conta è una linea precisa: Malgioglio ha scritto attraversando corpi e voci.
Del resto la storia ha iniziato a scriversi da sé, forse, intrecciando quei suoi tratti imperscrutabili ed eterni, quando Malgioglio ha presentato Dori Ghezzi, già sua interprete, a Fabrizio De Andrè, per un debito artistico, se così possiamo definirlo. Da lì, tante collaborazioni significative.

E poi Iva Zanicchi con il successo di Sanremo del 1974 Ciao Cara come stai?. Con Raffella Carrà il pop è diventato ironia, gioco, emancipazione: una piccola rivoluzione culturale. La scrittura di Malgioglio ha incontrato l’ambiguità di Patty Pravo: brani d’atmosfera come Io che amo del 1979, sensualità sospese ed emozioni oltre le linee di sicurezza. Con Rita Pavone la scrittura di Malgioglio sovverte l’immagine: altre etichette rotte. Penso ad Ex innamorati del 1991. La scrittura di Malgioglio, ancora una volta, attraversa l’identità in trasformazione: è poesia, e si esprime in una dimensione di teatralità emotiva con Loretta Goggi.
Forse anche l’ambiguità è una forma di verità: forse anche l’ambiguità, come postura artistica, può esprimersi attraverso il corpo stesso che diventa racconto. Ecco, credo sia questa la sua costante.
L’incontro con Cristiano Malgioglio e un’emozione immensa. Dopo un viaggio attraverso alcuni dei suoi ricordi più belli, dialoghiamo sull’ultimo singolo Chi lo sa.
Quando il personaggio lascia spazio all’autore, l’intervista a Cristiano Malgioglio
Da dove nasce, secondo lei, il coraggio con cui ha raccontato le emozioni nei suoi testi?
«Io ho sempre avuto un linguaggio tutto mio, soprattutto quando parlo d’amore. Scrivo con la testa di una donna, non scrivo mai con la testa di un uomo, perché un uomo a un certo punto diventa banale, tant’è vero che io mi sono sempre ritirato quando dovevo lavorare con gli uomini».
Eppure, nel tempo, ci sono state alcune importanti collaborazioni.
«Sì, perché ci ho provato, certo. Quando Adriano Celentano mi chiese di firmare come paroliere i suoi brani, la mia prima risposta fu no, e invece poi ci riuscii… In precedenza stavo lavorando a un brano d’amore e credo che questo abbia contribuito. Poi anche con Franco Califano fu così, anche a lui inizialmente dissi di no, che non aveva alcun bisogno di me. Invece mi convinse e abbiamo fatto alcune canzoni insieme, tra cui Io per amarti, che rimane bellissima».

Oggi, con Chi lo sa, il discorso sull’amore sembra spostarsi. Come arriva questo brano nella sua vita artistica?
«In questo periodo sto facendo molta televisione e mi sono accorto che stavo perdendo anche il Cristiano Malgioglio autore di canzoni. Quando ho ascoltato il brano, mi sono semplicemente detto di volerlo fare. Mi piaceva l’idea di riscoprire Cristiano Malgioglio come paroliere, con una canzone che sento bene addosso. Ero sicuro di poter realizzare un brano classico ma allo stesso tempo commerciale. Di solito, ogni estate lavoro su canzoni dai ritmi latini, e qui il ritmo stesso del pezzo mi ha catturato, perché sento fino in fondo quello che dico, quello che racconto».
Da chi nasce questa canzone?
«Il pezzo è stato composto da due autori francesi e da un cantautore napoletano che si chiama Esposito, vive a Parigi da quindici anni, tra l’altro lui collabora anche con Céline Dion».
Se l’incontro con il brano fosse avvenuto alla fine degli anni ‘70, sarebbe stato più rabbioso o più illusorio?
«Quello è più legato al modo in cui si interpreta un brano. Chi lo sa ha un ritmo, in un certo senso anche latino, molto commerciale: è un brano che puoi cantare anche sotto la doccia. Oggi non si cantano più così le canzoni, tra rap e trap è diventato tutto più difficile da portare con sé.
Non so come l’avrei interpretata molti anni fa, probabilmente alla stessa maniera ma con un arrangiamento diverso».

Restando sul tema del tempo come sguardo, penso alla libertà che lei ha rappresentato prima ancora che diventasse una moda. Ne era consapevole?
«No non ero consapevole. In realtà sono stato sempre una persona libera e, di conseguenza, mi sono sentito sempre libero di scrivere e di comportarmi come credevo. Sono un animale… come posso descrivere, un animale di razza in via di estinzione».
Quindi la sua idea di libertà è una condizione naturale, istintiva, mai teorizzata. Però è diventata anche un messaggio nelle canzoni.
«Sì ho parlato della libertà delle donne già con Loredana Bertè e sono stato io il primo a scriverle un brano su questo tema. Ma già quindici anni prima ci avevo pensato con Iva Zanicchi, molto prima che certi temi diventassero centrali nella canzone italiana e trovassero una forma piena e definita».
Il 1977 fu un anno importante sul tema della parità dei diritti tra uomini e donne, argomento di dibattito nazionale. Fu emanata la legge 903 (conosciuta come la Legge Anselmi) per tutelare i diritti di entrambi i sessi e decostruire il pregiudizio anche linguistico. Il problema è diffuso in tutti gli strati della lingua e della società. Immaginate un brano come L’importante è finire interpretato da Mina, uscito proprio in quell’anno.
Il ricordo più prezioso?
«Con Mina posso dire di aver avuto io l’opportunità di collaborare con lei, abbiamo sempre avuto un rapporto speciale e per questo motivo abbiamo fatto dei pezzi stupendi. Il brano più bello, oltre all’Importante è finire, per me rimane Ancora, ancora ancora. Un classico, perché è una canzone che non smette mai di dire qualcosa, ogni volta in modo diverso».

Credo sia una di quelle canzoni che non appartengono più a un’epoca sola, continuano a essere rilette e attraversate dal presente.
«Sì infatti non a caso Gucci ha usato il brano in una campagna pubblicitaria con l’arrangiamento di Ronson, uno dei più grandi musicisti del momento, un musicista straordinario, non smetterò di dirlo, che lavora con Lady Gaga e con tanti altri. Tra l’altro Ronson è il genero di Meryl Streep. Il suo arrangiamento è stupendo».
Non tutte le relazioni artistiche attraversano il tempo allo stesso modo. La scomparsa di Ornella Vanoni ha lasciato un vuoto. Chi era per lei?
«Non so se Ornella mi abbia sempre amato. Se non è stato così, forse è perché sapeva del mio rapporto privilegiato con Mina: ho sempre lavorato molto con lei, ed è stata Mina a portarmi al successo.
Con Ornella ho fatto poche cose ma avremmo potuto farne tante, bellissime. Ancora oggi considero i brani scritti per lei dei veri capolavori. Amico mio amico, per esempio, è una delle canzoni più belle che abbia mai scritto — credo persino più bella de L’appuntamento. E qui, lo ammetto, sono un po’ presuntuoso.
Ci incontravamo spesso, io e Ornella, soprattutto da Fabio Fazio. Una sera, poco prima della sua scomparsa, le feci ascoltare una sua canzone e le chiesi perché non la cantasse mai. Dopo averla ascoltata con attenzione, mi disse: “Mamma mia, ma sai che è bellissima? Ma chi la canta?”.
Le risposi: “Ma sei tu”.
E lei, stupita: “Ah… ma sono io? È vero… qui quasi mi conosco!”».
La risata è contagiosa. E racconta, forse meglio di qualsiasi definizione, la personalità imprevedibile di una grande interprete.

Dopo tanti incontri e successi, oggi, cosa sente di lasciare davvero alle sue canzoni?
«Tra cent’anni, quando non ci sarò più, sicuramente faranno un film su di me. Lo faranno alla loro maniera, com’è giusto che sia. Il problema sarà trovare l’attore: quello che vorrei io, allora, sarà troppo vecchio per fare semplicemente Malgioglio.
Alla fine sono tutte cose che hanno a che fare con il tempo. Le canzoni belle restano, sono quelle che rimangono davvero. Spero di averne lasciate. Ho fatto cose bellissime, ma anche cose bruttissime. Ho scritto canzoni riuscite e canzoni meno riuscite, anche per cantanti molto famosi — che non nomino. Fa parte del gioco. L’importante è che qualcosa resti».
Un dialogo prezioso, che resta, insieme alla certezza che le persone vere – come le canzoni – non hanno tempo.
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