Negli ultimi anni si è aperta una frattura sempre più evidente nel sistema dell’informazione occidentale. Non si tratta semplicemente di una crisi economica dei media tradizionali o di una fisiologica competizione con le piattaforme digitali, ma di qualcosa di più profondo: una perdita di credibilità, di funzione e, in ultima analisi, di legittimità. Sempre più spesso, l’informazione che intercetta attenzione, fiducia e partecipazione non passa più dai grandi quotidiani, dalle televisioni generaliste o dalle agenzie storiche, ma da canali alternativi: podcast, dirette streaming, siti personali, newsletter, interviste lunghe e non mediate condotte da blogger, commentatori indipendenti, ex giornalisti fuoriusciti dalle grandi redazioni.
L’informazione e il vuoto di credibilità
Figure come Glenn Beck, Tucker Carlson e altri protagonisti di questo nuovo ecosistema informativo riescono a generare numeri di visualizzazioni, ascolti e interazioni che superano quelli di molte testate mainstream. Non è solo una questione algoritmica o di linguaggio più diretto: è il segnale di una domanda che non trova più risposta nei canali tradizionali. Una domanda di pluralismo reale, di contraddittorio, di tempo lungo, di complessità. Il successo di queste piattaforme indica che una parte crescente dell’opinione pubblica percepisce i media classici come progressivamente inquinati da logiche esterne alla loro funzione originaria: interessi economici, pressioni politiche, conformismo ideologico, allineamento sistemico.
La pandemia ha rappresentato, in questo senso, un punto di accelerazione decisivo. Non perché prima esistesse un’età dell’oro dell’informazione libera – non lo è mai stata davvero – ma perché fino a quel momento permanevano spazi di dissenso, margini editoriali, possibilità di discussione anche all’interno del mainstream. Con il COVID, quella pluralità si è drasticamente ridotta. Si è affermata una narrazione unica, martellante, spesso impermeabile a dati alternativi, dubbi legittimi, voci critiche. Chi si discostava dalla linea dominante veniva rapidamente marginalizzato, delegittimato, talvolta silenziato.
È come se, in quel momento, fosse suonata una campana: un segnale che indicava la necessità, per un certo tipo di politica e di gestione del potere, di essere sostenuta da un flusso informativo continuo, uniforme e fortemente normativo. Non più informazione, ma narrazione. Non più cronaca, ma pedagogia. Un modello che si è riproposto quasi senza soluzione di continuità nella copertura della guerra in Europa e, più in generale, nel racconto delle scelte politiche dell’Unione Europea: semplificazione estrema, polarizzazione morale, assenza di alternative legittime.

In questo contesto si inseriscono con forza le parole di Robert F. Kennedy Jr., in una recente intervista al noto conduttore web-radiofonico Glenn Beck, pronunciate non da un outsider qualunque, ma da una figura istituzionale di primo piano di un grande Paese occidentale. Le sue risposte su Davos e sui cosiddetti “club globalisti” hanno un peso specifico particolare proprio perché rompono un tabù: quello secondo cui certi centri di potere informale non possono essere nominati, e men che meno criticati apertamente da chi ricopre ruoli di governo o aspira a ricoprirli.
Kennedy denuncia con chiarezza l’esistenza di élite transnazionali che pretendono di imporre visioni politiche, economiche e culturali prescindendo dal consenso dei popoli e dai processi democratici. Una forma di nuovo feudalesimo, ma infinitamente più pervasiva di quello storico: non fondata sulla forza militare diretta, bensì sulla tecnologia, sulla concentrazione senza precedenti della ricchezza, sul controllo delle infrastrutture informative, finanziarie e sanitarie. Un sistema che produce subordinazione strutturale, dipendenza, perdita di sovranità non solo per i singoli Stati, ma per interi continenti.
Ciò che rende questo modello particolarmente oppressivo è il suo progressivo sganciamento dal diritto naturale. Non si limita a organizzare l’economia o la governance globale, ma promuove valori e visioni dell’uomo che risultano sempre più antitetiche alla natura umana stessa: riduzione dell’individuo a dato, a funzione, a variabile statistica; dissoluzione dei legami comunitari; negazione di limiti antropologici elementari. È una trasformazione culturale profonda, che non passa più dal dibattito democratico, ma dall’imposizione tecnocratica.

Questo processo viene percepito, spesso in modo ancora confuso ma sempre più diffuso, dalle persone. Ed è proprio questa percezione a spiegare due fenomeni che le élite faticano a comprendere: da un lato il rifiuto crescente della narrazione dominante, dall’altro l’attrazione verso leader definiti “populisti” e verso canali di informazione alternativi. Non si tratta necessariamente di adesione ideologica consapevole, ma di una reazione istintiva di difesa. Quando le istituzioni smettono di rappresentare, quando l’informazione smette di spiegare e diventa prescrittiva, le persone cercano altrove ascolto, riconoscimento, senso.
La nuova frontiera dell’informazione non nasce quindi solo come innovazione tecnologica, ma come risposta politica e antropologica a una crisi di fiducia profonda. Ignorarla o liquidarla come disinformazione è l’errore più grave che il sistema possa continuare a commettere. Perché il problema non è chi parla fuori dal mainstream, ma il vuoto che il mainstream ha lasciato.
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