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La vita umana e il riconoscimento giuridico: dalla Cassazione italiana al caso Porto Rico

Quando il diritto smette di costruire astrazioni e torna a riconoscere la realtà dell’essere umano più fragile

Vi sono momenti in cui il diritto, quasi suo malgrado, torna a incrociare la verità delle cose. Non perché diventi improvvisamente morale o religioso, ma perché non può più sostenere una finzione. La recente pronuncia della Corte di Cassazione, che riconosce la perdita del figlio in gestazione come equivalente alla perdita di un figlio già nato, appartiene a questa categoria di eventi: non un’innovazione arbitraria, ma il riaffiorare di un principio che era sempre rimasto sullo sfondo, in attesa di essere detto con chiarezza.

La perdita che interroga il diritto, tra realtà umana e riconoscimento giuridico

La Corte, riconoscendo il danno per la perdita di un figlio non ancora nato come se fosse già nato, afferma implicitamente una verità elementare: quel figlio esisteva già. Esisteva non come mera aspettativa, non come proiezione affettiva, ma come realtà umana concreta, capace di fondare un legame, un lutto, una relazione giuridicamente rilevante. Il diritto, in questo caso, ha semplicemente preso atto della realtà.

Questa decisione non nasce da una visione confessionale, né da una forzatura ideologica. Nasce dal punto in cui scienza, esperienza umana e ragione giuridica convergono. La biologia moderna non lascia più spazio a zone grigie: dal concepimento esiste un organismo umano individuale, geneticamente unico, che si sviluppa secondo una dinamica autonoma e ordinata. Non diventa uomo a un certo punto: si sviluppa come uomo sin dall’inizio.

E tuttavia, per comprendere fino in fondo la portata di questa verità, occorre fare un passo ulteriore, più profondo, che appartiene alla tradizione culturale che ha fondato il nostro stesso modo di intendere la persona: la tradizione cristiana.

Il cristianesimo introduce nella storia un’affermazione senza precedenti: Dio si è fatto uomo. Non simbolicamente, non per approssimazione, ma realmente. E si è fatto uomo non nel momento della nascita pubblica, non nell’età adulta, ma entrando nella storia attraverso il grembo di una donna. L’Incarnazione non è un dettaglio teologico: è una rivoluzione antropologica.

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Da quel momento, la vita umana non è più soltanto un fatto biologico o sociale. È il luogo in cui Dio stesso ha scelto di abitare. Questo conferisce a ogni essere umano una dignità ontologica, che non dipende da capacità, autonomia, coscienza o riconoscimento esterno. La dignità non si acquisisce: si possiede.

È su questa base che nasce, nei secoli, l’idea occidentale di persona, di diritto naturale, di limite al potere. Non è un caso che i diritti umani emergano storicamente in un contesto culturale impregnato di cristianesimo: perché se Dio si è fatto uomo, allora nessun uomo può essere trattato come cosa, e nessuna vita può essere considerata disponibile.

Qui entra in gioco il diritto naturale, spesso evocato e raramente compreso. Il diritto naturale non è un catalogo religioso, ma il riconoscimento razionale che vi sono beni e diritti che precedono lo Stato, perché precedono ogni decisione politica. Tra questi, il primo e fondamentale è la vita.

Secondo la grande tradizione filosofica – da Aristotele a Tommaso d’Aquino – l’essere umano va compreso secondo la distinzione tra atto e potenza. Il concepito non è un “uomo potenziale” nel senso di qualcosa che forse diventerà uomo. È già uomo in atto quanto all’essere, e in potenza quanto allo sviluppo delle sue facoltà. Come il neonato non è meno uomo dell’adulto perché non parla, così il concepito non è meno uomo perché non è ancora visibile o autonomo.

Confondere la potenza con la non-esistenza è uno degli errori concettuali più gravi della modernità giuridica. Se la dignità dipendesse dalle funzioni, allora ogni essere umano fragile – il disabile, il malato, l’anziano – sarebbe esposto alla stessa logica di esclusione. Il concepito diventa così il caso limite che rivela una questione più ampia: o la dignità è intrinseca, o non è di nessuno.

In questo quadro si inserisce la scelta di Porto Rico, che ha introdotto nel proprio ordinamento una norma di portata storica: il riconoscimento del concepito come persona giuridica sin dal concepimento. Non una tutela indiretta, non una formula ambigua, ma una presa d’atto chiara: il bambino concepito è un soggetto di diritto.

È un passaggio senza precedenti nel mondo contemporaneo, perché rompe l’equilibrismo linguistico con cui molti ordinamenti cercano di evitare la questione di fondo. Porto Rico non “crea” una persona con la legge: la riconosce. Ed è questa la differenza decisiva. Il diritto, quando è autentico, non inventa la realtà: la riconosce e la protegge.

La sentenza della Cassazione, letta insieme a quanto accade a Porto Rico, pone l’Italia davanti a una responsabilità non più eludibile. Continuare a evitare una legge sul riconoscimento giuridico del concepito significa mantenere una frattura insanabile tra ciò che sappiamo essere vero e ciò che fingiamo di non vedere.

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Non è una battaglia ideologica.

Non è una imposizione religiosa.

È una questione giuridica di coerenza, scientifica di onestà, umana di giustizia.

Il diritto nasce per tutelare i più deboli. E non esiste essere umano più radicalmente debole del concepito. Riconoscerne la soggettività giuridica non significa risolvere ogni problema, ma compiere il primo passo necessario: dire la verità sulla vita umana.

Perché una civiltà che non riconosce l’uomo all’inizio della sua esistenza, prima o poi finirà per non riconoscerlo neppure alla fine. E allora non sarà in gioco una singola legge, ma l’idea stessa di giustizia.

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NOTE DEL DIRETTORE: Le opinioni espresse in questo articolo costituiscono un intervento di riflessione su un tema giuridico e culturale di particolare rilevanza. Esse non esauriscono né rappresentano necessariamente l’unica posizione del giornale.

Andrea Cisternino
Andrea Cisternino
Editorialista di stampo giusnaturalista, cattolico tradizionale , moderato ma non troppo
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