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Un dialogo con Massimo Lopez e Tullio Solenghi: “Siamo rimasti quelli di sempre”. Con “Dove eravamo rimasti” portano sul palco la loro storia

Intervista a Massimo Lopez e Tullio Solenghi, tra memoria, teatro vissuto e il ricordo di Anna Marchesini

Originale, irriverente e profondamente identitario. Si tratta di Dove eravamo rimasti, scritto e interpretato da Massimo Lopez e Tullio Solenghi, con la collaborazione di Giorgio Cappozzo. Un varietà contemporaneo, intelligente e mai banale, dove ridere non è scontato. E finisce per svelare, alla fine, quel bagaglio di memoria che parla dritto al cuore.

Il duo è accompagnato dalla Jazz Company, diretta dal Maestro Gabriele Comeglio. La musica segue i gesti, a volte completa le battute, altre le sottolinea. Ogni quadro di comicità, contributi video, brani musicali dal vivo, pur nella loro autonomia, si legano gli uni agli altri, performando in un prodotto squisitamente espressivo.

Prodotto da International Music and Arts, in collaborazione con Stemal, Dove eravamo rimasti è in tour da tre anni e continuerà a salire sui palchi d’Italia fino a febbraio 2026.

Noi abbiamo intercettato Massimo Lopez e Tullio Solenghi in Sicilia, a Barcellona Pozzo di Gotto, nel messinese, il 14 gennaio 2026, in occasione della messa in scena dello spettacolo. Ed è così che, un mercoledì qualunque, si è trasformato in un incontro speciale, di quelli che alla fine ti lasciano quella sensazione così bella di aver vissuto il teatro insieme.

Lopez e Solenghi, il tempo lungo della comicità

Dopo tanti anni di collaborazione, riuscite ancora a sorprendervi sul palco?
«Sì, perché non abbiamo mai sofferto quella che io chiamo la “sindrome del ragioniere” – specifica Solenghi – quegli attori che salgono sul palco, dicono le loro battute, quattro o venti che siano, e poi se ne tornano a casa. Il fatto di aver creato noi stessi lo spettacolo fa sì che ogni sera ci sia la sorpresa di un pubblico diverso. Ed è proprio questo che alimenta la voglia di restare sempre attivi, presenti, e di sorprenderci a vicenda sul palco».

Quanto spazio lasciate all’improvvisazione e quanto invece è frutto di una scrittura precisa?

«Noi siamo molto affezionati alla scrittura precisa, anche perché lo siamo sempre stati dai tempi del Trio. È chiaro che poi, quando sei in teatro, se nasce qualcosa sul momento è giusto assecondarla e farla vivere. Ad esempio, dopo aver superato le 200 repliche, lo spettacolo dura almeno 10 minuti di più, perché qualcosa si aggiunge sempre. Però è più un discorso fisiologico e non strategico e programmatico».

Dove eravamo rimasti è stato letto dalla critica come un ritorno alle origini, dopo anni di carriere parallele. Vi riconoscete in questa definizione?

«Sì, assolutamente. Il nostro modo di andare in scena è sempre stato quello di raccontare in una forma precisa, ed è questo che ci rende riconoscibili. Siamo rimasti gli stessi sin dai tempi del Trio, con Anna, e poi negli spettacoli successivi realizzati insieme.
Questo spettacolo è costruito su sketch che non seguono un filo narrativo apparente, ma che in realtà nascono spontaneamente da una battuta, da un clima: in fondo è un po’ il nostro omaggio al passato».

«Il pubblico viene a vederci sapendo cosa troverà – specifica Lopez – e lo sceglie consapevolmente. Anche allora, con Anna Marchesini, c’era una riconoscibilità molto forte.
Ogni volta che nasce un’idea nuova di spettacolo, la costruiamo sulla nostra formula, che è poi quella che garantisce il fatto che siamo sempre noi. Abbiamo trovato un metodo che è il nostro modo di inventare e scrivere: anche se oggi siamo in due, è come se continuassimo a lavorare in tre».

Massimo Lopez e Tullio Solenghi

In più occasioni avete detto che “Dove eravamo rimasti” è un modo per “riprendere il filo” con il pubblico. In che senso di preciso?

«Abbiamo avuto tutti il trauma del Covid – chiarisce Solenghi – che ci ha allontanati dal pubblico per almeno due anni. Il desiderio di ritornare a dialogare con chi ci segue non si è mai spento: era rimasto sopito, ma c’era. È riemerso con forza proprio nel momento in cui abbiamo ripreso a portare in scena questo spettacolo».

A proposito di pubblico: è cambiato molto rispetto agli anni ’80 e ’90?

«Per risponderti mi collego a una cosa che facciamo all’inizio dello spettacolo – risponde Lopez – e che non è messa lì a caso. Quando saliamo sul palco e salutiamo “i parenti”, lo facciamo perché il pubblico è davvero una specie di famiglia allargata. Una parte consistente del pubblico viene dal Trio, da chi è cresciuto con noi. È chiaro che oggi ci sono anche giovani, certo, ma la maggioranza è composta da persone che ci seguono da sempre, dai tempi del Trio».

Come è cambiata la comicità oggi e che ruolo ha il teatro nel vostro percorso?

«Oggi la comicità è diventata un’altra cosa – chiariscono insieme – anche se quella teatrale è cambiata meno. Quella televisiva, e più in generale quella dei media, è diventata sempre più fugace. I tempi comici si sono accorciati moltissimo e, soprattutto per la comicità di situazione, oggi è quasi impossibile trovare spazio.

Senza dubbio ci sentiamo più liberi e creativi in teatro, che è sempre stato un punto di riferimento fondamentale per noi, come per molti attori. Siamo nati a teatro, ne conosciamo bene i meccanismi, le sue pareti ci sono familiari. E sentiamo quanto il pubblico, venendo a teatro, si trovi in una condizione di libertà totale: oggi più che mai è liberatorio, per chi ci guarda, respirare insieme questa comicità».

Lopez e Solenghi

Dal punto di vista artistico e umano, per parafrasare il titolo dello spettacolo, dove siete rimasti?

«Siamo rimasti quelli di sempre – conclude Lopez – fedeli a noi stessi, come si dice “nei secoli come l’alba”. Il pubblico, quando viene a vederci, sa esattamente cosa troverà e cerca proprio quello. Il duo che oggi siamo è l’evoluzione di ciò che un tempo era il Trio: il nostro modo di raccontare, il rapporto con il pubblico e il nostro modulo narrativo non sono mai cambiati. È il nostro marchio di fabbrica, ed è quello che continuiamo a essere».

Non solo è impossibile dimenticare sketch storici come quello sul Papa o quello con Costanzo e Mughini, ma a restare nel cuore è soprattutto il ricordo di Anna Marchesini, sulle note di Dentro la tasca di un qualunque mattino di Gianmaria Testa.
Un impatto diverso, certo, in cui l’affetto si intreccia alla storia e rimane lì: un luccichio nel sorriso che non si spegne, tra un applauso e lo sguardo rivolto al sipario che si chiude, già pronto però a riaprirsi nell’immaginario di un altro pubblico.

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Valentina Michela Di Salvo
Valentina Michela Di Salvo
Giornalista, Direttore di PDQ Magazine. Mail: valentina.disalvo@pdqmagazine.com ---------------------------------------------------- Credo nella scrittura come strumento di fiducia e nel giornalismo come spazio di ascolto e ricostruzione del senso collettivo
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