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SPID: quando l’identità digitale smette di essere un servizio e diventa un pedaggio

Dal diritto di accesso universale al rischio di una cittadinanza digitale a pagamento

Lo SPID, Sistema Pubblico di Identità Digitale, nasce a metà degli anni Dieci come una delle poche vere riforme strutturali riuscite della pubblica amministrazione italiana. In un Paese storicamente appesantito da procedure ridondanti, moduli cartacei e sportelli fisici, l’idea di un’unica identità digitale per accedere ai servizi pubblici rappresentava una piccola rivoluzione silenziosa. Non uno slogan, ma uno strumento concreto: una sola credenziale per dialogare con lo Stato.

SPID come infrastruttura pubblica: quando l’identità digitale smette di essere neutrale

Nel tempo, SPID ha mantenuto quella promessa. Ha reso più semplice il rapporto con l’INPS, con l’Agenzia delle Entrate, con la sanità, con la scuola, con i comuni. Ha consentito a milioni di cittadini di accedere a bonus, certificati, pratiche amministrative senza code e senza intermediazioni. È diventato progressivamente invisibile, nel senso migliore del termine: integrato nella vita quotidiana, dato per scontato, naturale. Proprio per questo, efficace.

Questa normalizzazione è stata possibile grazie a un presupposto fondamentale, mai messo realmente in discussione nella fase originaria del progetto: l’identità digitale come infrastruttura pubblica gratuita. Nei regolamenti iniziali, nei decreti attuativi, nelle linee guida dell’Agenzia per l’Italia Digitale, non esiste alcuna previsione di un canone per il cittadino. Il modello era chiaro: l’accesso ai servizi pubblici attraverso SPID doveva essere libero, universale, non condizionato da una capacità di spesa. Eventuali costi potevano riguardare modalità opzionali di riconoscimento, non l’identità in quanto tale.

Per anni questa impostazione ha retto. Anche quando alcuni provider hanno iniziato a introdurre forme di pagamento, il messaggio politico e simbolico è rimasto intatto: lo Stato non chiedeva un prezzo per riconoscerti. Ed è proprio qui che il passaggio attuale segna una frattura profonda.

spid

Pagare un servizio è normale. Pagare un’identità è qualcosa di radicalmente diverso. Un servizio si può scegliere, cambiare, disdire. L’identità no. L’identità è il presupposto stesso per esercitare diritti, adempiere doveri, esistere amministrativamente. Quando l’identità digitale diventa soggetta a un abbonamento, il rapporto tra cittadino e Stato viene rovesciato: non è più il potere pubblico a garantire strumenti neutrali per l’esercizio della cittadinanza, ma il cittadino a dover versare un obolo per poter accedere alla propria esistenza giuridica.

Questo cambio di paradigma diventa ancora più problematico quando a introdurre il canone è Poste Italiane, una realtà che, pur operando in forma societaria, resta profondamente legata allo Stato per storia, funzione e partecipazione pubblica. Qui emerge una dinamica già vista in altri ambiti: la privatizzazione non come strumento di efficienza al servizio dei cittadini, ma come meccanismo per trasformare un’infrastruttura pubblica in una rendita. Il servizio passa in secondo piano, l’utile in primo. Il cittadino non è più destinatario di diritti, ma fonte di ricavo.

Il problema, sia chiaro, non è l’importo. La cifra può apparire oggi modesta, quasi irrilevante. Ma la storia insegna che non sono le somme a contare, bensì i precedenti. Una volta accettato il principio secondo cui l’identità digitale ha un prezzo, tutto il resto diventa possibile: aumenti progressivi, differenziazioni, condizioni, esclusioni. È la stessa logica delle accise: introdotte come temporanee, diventano permanenti; nate come eccezione, finiscono per essere la regola.

Qui si supera un confine simbolico, un vero Rubicone. Si accetta l’idea che esistere digitalmente non sia più un diritto, ma una concessione rinnovabile. E quando l’identità è centralizzata, indispensabile e a pagamento, diventa anche potenzialmente condizionabile. Non è fantascienza. È un modello che esiste già altrove, dove l’identità digitale non serve solo ad accedere ai servizi, ma a misurare, valutare, premiare o punire comportamenti. Non siamo davanti a una distopia letteraria, ma a una possibilità concreta che la tecnologia rende praticabile.

SPID era nato come strumento di semplificazione e di libertà amministrativa. Rischia di trasformarsi in qualcosa di diverso: un filtro, un pedaggio, un meccanismo di selezione silenziosa. Un’identità che si paga non è più neutra. È concessa, non riconosciuta.

E allora, parafrasando una frase celebre e adattandola ai tempi digitali, potremmo dire: un piccolo passo per l’obolo digitale, un grande passo per lo Stato italiano verso il credito sociale cinese .

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Andrea Cisternino
Andrea Cisternino
Editorialista di stampo giusnaturalista, cattolico tradizionale , moderato ma non troppo
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