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Il discorso di fine anno: la liturgia della retorica e il vuoto della realtà

Tra parole solenni e assenza di visione: ciò che manca davvero al Paese

Il discorso di fine anno del Presidente della Repubblica è diventato, negli anni, una sorta di rito collettivo: si ascolta, si annuisce, si applaude, e il giorno dopo tutto torna esattamente com’era. Anche quest’anno lo schema si è ripetuto: grandi parole, grandi principi, grande eleganza formale. Pace, Repubblica, giovani, coesione sociale, memoria, fiducia. Tutto perfetto, tutto rassicurante.

Il discorso che rassicura ma non interroga

Peccato che dietro questa facciata solenne continui a intravedersi un vuoto crescente: la distanza tra ciò che si proclama e ciò che realmente accade.

discorso di fine anno

Pace: quando le parole diventano selettive

C’è qualcosa di profondamente stonato quando si invoca la pace guardando il mondo solo attraverso due lenti: Ucraina e Medio Oriente. Il messaggio si presenta come universale, ma nasce già monco, perché ignora – o finge di ignorare – che il pianeta brucia anche altrove. Se la pace è un valore, non può essere geografica; se è un principio, non può essere selettiva. Il fatto che lo diventi rivela una prima crepa: la pace è invocata dove conviene, evocata dove è funzionale, taciuta dove è scomoda.

Sul caso ucraino la retorica si piega su se stessa. Si parla di “ordine di pace duraturo” mentre si continua a leggere la realtà con categorie ideologiche vecchie di decenni: demonizzazione sistematica della Russia, cieco atlantismo come unica bussola morale, narrazione manichea in cui il bene e il male sono già decisi. Ma la pace non nasce dalle tifoserie. Nasce dalla capacità di riconoscere responsabilità diffuse, di sedersi al tavolo anche con il nemico, di capire che la diplomazia non è fedeltà di campo ma coraggio di dialogo. Se resta solo l’allineamento, smettiamo di parlare di pace e iniziamo a parlare di appartenenza ideologica.

Lo stesso vale per il Medio Oriente. Si invoca la pace, ma senza dire tutto. Si difendono – giustamente – le comunità ebraiche e si condannano le violenze terroristiche, ma ci si ferma un passo prima della verità: esistono responsabilità politiche precise, un popolo martoriato, governi che possono sbagliare e che vanno chiamati alle loro responsabilità. Dirlo non è antisemitismo: è onestà. Ma la paura del fraintendimento paralizza.

Così resta una pace retorica, non reale.

La pace, se davvero la si vuole, richiede coraggio. Quello di dire ciò che non conviene, di non essere sempre perfettamente allineati, di trattare non per compiacere ma per costruire. Questo coraggio oggi non lo vediamo.

Repubblica e Costituzione: dal valore al dogma

Poi arriva l’inno alla Repubblica e alla Costituzione. Ogni anno lo stesso rito: celebrazione, sacralizzazione, devozione obbligatoria. La Repubblica non è raccontata come realtà concreta, fatta di errori e deviazioni; viene presentata come entità perfetta e intoccabile. Non una costruzione politica viva, ma un reliquiario. Non una responsabilità civile, ma un dogma fideistico. Come se bastasse pronunciare la parola “Repubblica” per essere automaticamente nel giusto.

La realtà è diversa. La Costituzione, continuamente invocata come sacra, è spesso piegata, reinterpretata e adattata a seconda delle convenienze. Sbandierata nei discorsi solenni, manipolata nella prassi quotidiana. E troppo spesso una parte della magistratura smette di essere arbitro neutrale per trasformarsi in strumento operativo di linee ideologiche, facendo il lavoro “sporco” che la politica non ha più il coraggio di assumere apertamente. La legge diventa arma politica, la giustizia terreno di lotta.

Così si smarrisce ciò che davvero conta: il coraggio di domandarsi chi siamo diventati. Nessuna autocritica, nessun riconoscimento delle deviazioni, nessuna riflessione su come recuperare identità, dignità e senso civico. E stupisce ancora di più che certe parole arrivino proprio da chi, nella propria storia familiare, ha conosciuto tragedia, sacrificio, responsabilità.

Proprio per questo ci si aspetterebbe meno catechismo istituzionale e più verità.

discorso

Giovani: l’incoraggiamento senza fondamenta

Immancabile, poi, l’appello ai giovani. “Siate coraggiosi”, “guardate avanti”, “costruite il vostro futuro”. Parole solenni. Ma dietro? Nulla.

Non esiste una vera politica per le nuove generazioni perché manca ancora prima la volontà di averle, le nuove generazioni. La natalità crolla, il Paese invecchia, e ogni tentativo di proporre politiche serie a sostegno della famiglia, della maternità e della paternità viene liquidato come nostalgico, autoritario, reazionario. Come se solo evocare la famiglia fosse già una minaccia.

A questo si aggiunge una contraddizione enorme: per anni si è celebrata la pianificazione familiare come liberazione assoluta e l’aborto come diritto intoccabile, senza interrogarsi sulle conseguenze collettive. Non è giudizio morale, è constatazione storica: queste politiche, percepite da molti come moderne e “necessarie”, hanno contribuito ad aggravare una crisi demografica oggi drammatica. Se un Paese rinuncia alla vita, lentamente scompare. L’Italia è vicino al punto di non ritorno.

Una politica responsabile dovrebbe avere il coraggio di dirlo, e di fare scelte anche impopolari quando ispirate al bene comune: sostenere la genitorialità, proteggere la maternità, valorizzare la paternità, aiutare concretamente chi mette al mondo figli.

Poi c’è la scuola, il lavoro, il modello culturale. Nessuna visione, nessuna strategia a lungo termine. La scuola è laboratorio permanente di confusione, il lavoro precarietà travestita da opportunità. Culturalmente, invece, sono stati demoliti identità, ruoli, punti di riferimento. Si deridono concetti come virilità, femminilità, senso del dovere. Si livella tutto. Si neutralizza tutto.

E poi si pretende coraggio.

Ma non si può chiedere eroismo a chi è stato privato degli ideali.

Tempo fa un alto generale delle Forze Armate lamentava pubblicamente la scarsa capacità del popolo italiano di rispondere a un’eventuale chiamata alla difesa nazionale. Si stupiva, quasi incredulo, della scomparsa di quel patrimonio etico e civile capace di spingere perfino al sacrificio estremo.

Ma come potrebbe essere altrimenti? Abbiamo scientemente demolito tutto ciò che dava senso al dovere: Dio, Patria, Famiglia. Parole liquidate come slogan di destra, senza capire che erano prima di tutto pilastri antropologici e comunitari. Li abbiamo smontati pezzo dopo pezzo, in nome di una modernità senza identità. E oggi pretendiamo dedizione, sacrificio, appartenenza da giovani cui abbiamo insegnato a non credere in nulla.

Resta un Paese che chiede sacrificio dopo aver cancellato le ragioni del sacrificio. È questa, forse, la più grande ipocrisia del nostro tempo.

Coesione sociale: parola vuota in un Paese frammentato

Non poteva mancare il richiamo alla “coesione sociale”. Parola altissima, nobile. Ma ormai quasi priva di contenuto.

Il Paese non è coeso, è frantumato. Ogni categoria vive nella propria bolla. Non esiste più una visione comune, ma una somma di micro-interessi che non dialogano. La politica non unisce, divide. I media non spiegano, polarizzano. Le istituzioni non ricompongono, spesso esasperano.

E mentre si parla di coesione, si destinano enormi risorse a scenari bellici esterni e a sistemi geopolitici astratti, mentre dentro casa mancano lavoro stabile, politiche abitative, welfare familiare. Si celebrano sistemi europei di debito condiviso, ma le giovani coppie devono pagare ogni centesimo del mutuo della prima casa. Non esistono più politiche di edilizia popolare degne del nome né strumenti seri per chi serve lo Stato.

E si parla di coesione?

La coesione non nasce dai discorsi. Nasce da scelte coraggiose. Da sicurezza economica, giustizia sociale, visione comune.

Fiducia e memoria: il rito del nulla

E infine, come sempre, l’appello alla fiducia, alla memoria storica, alla speranza. L’ennesimo vuoto pneumatico. Si celebra il passato senza interrogarsi davvero su cosa abbia generato. Si invoca la memoria non come coscienza critica ma come anestetico.

Si chiede fiducia a un popolo a cui non si dà una visione. Si invoca unità in una società che nessuno ha avuto il coraggio di costruire. Si elogia la Repubblica come se bastasse nominarla per salvarla.

Ma fuori dai palazzi la realtà è fatta di solitudini, precarietà, sfiducia crescente.

Questo Paese non ha bisogno di essere rassicurato. Ha bisogno di verità. Ha bisogno di leaders che dicano non solo ciò che è stato, ma ciò che non è più. Non servono memorie che addormentano, servono memorie che svegliano. Non bastano appelli alla speranza: servono scelte che la rendano possibile.

Perché c’è differenza tra celebrare una Repubblica e servirla davvero. Tra evocare la pace e costruirla. Tra lodare i giovani e metterli nelle condizioni di vivere. Tra parlare di coesione e creare davvero le basi perché esista.

Finché resteremo in questa liturgia annuale, piena di parole solenni e povera di realtà, saremo prigionieri di una memoria che guarda indietro e di un futuro che nessuno ha il coraggio di costruire.

Forse, più che invitare gli italiani ad “avere fiducia”, sarebbe il caso di invitarli finalmente a pretendere di più. Da chi governa, da chi parla, da chi guida.

Perché la speranza non nasce dai discorsi: nasce dal coraggio di cambiare davvero.

Immagini dal web

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Andrea Cisternino
Andrea Cisternino
Editorialista di stampo giusnaturalista, cattolico tradizionale , moderato ma non troppo
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