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Ucraina: quando la toppa è peggio del buco. Il diritto calpestato due volte e il conto presentato agli europei

L’Unione Europea evita la confisca degli asset russi ma sceglie il debito comune per finanziare l’Ucraina. Una decisione che salva la forma giuridica e scarica il costo politico ed economico sui cittadini europei

Alla fine è accaduto ciò che era inevitabile. Dopo mesi di proclami, di retorica sulla “giustizia storica”, di proclami roboanti sull’uso degli asset russi congelati, l’Unione Europea ha imboccato un’altra strada.

Non quella del rispetto rigoroso del diritto internazionale. Non quella della prudenza istituzionale. Non quella della chiarezza politica verso i cittadini europei.

Bensì una via ibrida, opaca, peggiore perfino dell’errore originario: il prestito europeo “gratuito” all’Ucraina, finanziato con debito comune.

Si è evitato, formalmente, l’abisso giuridico della confisca unilaterale dei beni russi. Ma lo si è sostituito con qualcosa che rischia di essere ancora più devastante: un precedente politico, economico e morale destinato a ricadere interamente sulle popolazioni europee.

Ecco perché – come avevamo scritto mesi fa – quando si tradisce il diritto, prima o poi il conto arriva. E oggi arriva raddoppiato.

Il diritto resta diritto. E l’Italia, almeno su questo punto, ha avuto ragione

Partiamo da ciò che è giusto riconoscere: l’Italia ha difeso un principio corretto. L’idea di prendere i beni di un Paese terzo, congelati in virtù di misure eccezionali e temporanee, e trasformarli in fonte di finanziamento permanente o in anticipo di “risarcimenti di guerra”, era giuridicamente fragile, politicamente pericolosa e potenzialmente devastante per il sistema internazionale.

Non solo avrebbe aperto una voragine di contenziosi infiniti, ma avrebbe sancito un principio inquietante: la forza politica sostituisce la legge.

E quando un precedente del genere si consolida, non vale solo contro il “nemico” di oggi. Vale per chiunque domani.

Su questo terreno, l’Italia ha avuto il coraggio – raro in Europa – di dire una cosa semplice: il diritto è diritto. Non si piega all’emergenza, non si adatta alla convenienza politica del momento, non diventa strumento di propaganda.

Fin qui, bene, ma la toppa è peggio del buco, perché la soluzione trovata dall’UE è persino più assurda, sotto tre profili: giuridico, economico e politico.

Ucraina e debito europeo: il precedente che pagheranno i cittadini UE

L’Unione Europea ha deciso di fare ciò che per decenni ha rifiutato anche solo di prendere in considerazione: emettere debito comune, come emerge dalle conclusioni del Consiglio europeo del 18 dicembre 2025.

Ma non per finanziare ospedali, scuole, lavoro, infrastrutture, transizione energetica, welfare, difesa industriale europea.

No. Il debito comune europeo – quello che si è sempre detto “impossibile”, “politicamente irrealistico”, “contrario ai Trattati”, “economicamente pericoloso” – si è improvvisamente materializzato per finanziare una guerra di un Paese che non fa parte dell’Unione Europea.

E come se non bastasse: prestito a tasso zero. Tradotto: Kiev riceve risorse senza oneri.

Gli Stati europei, invece, pagano interessi sul debito emesso. E a pagare, come sempre, non saranno i governi: saranno i cittadini europei.

Domanda semplice e tremenda: come spiegheremo ai nostri popoli che i loro mutui sono onerosi, i loro prestiti sono gravati da interessi, le famiglie e le imprese pagano tassi elevati mentre l’Ucraina riceve denaro “gratis”?

Come si concilia questo con l’equità? Con la giustizia sociale? Con la tanto citata “credibilità delle istituzioni europee”?

Qui sta il nodo.

Si può fare tutta la retorica possibile sul sostegno a Kiev. Si possono riempire pagine di parole sulla “difesa della democrazia”, sulla “lotta per i valori occidentali”.

Ma la realtà è brutale: l’Ucraina non potrà mai ripagare quei debiti. La sua economia è devastata, il suo territorio in parte distrutto, il tessuto produttivo eroso, la prospettiva di una ricostruzione certa è inesistente.

Nessuno Stato nella storia moderna reduce da una guerra di tale portata ha ripagato integralmente prestiti di questo tipo.

Si dirà: “Pagherà la Russia”. È una comoda illusione narrativa.

Mosca non accetterà mai di finanziare la ricostruzione di uno Stato che considera ostile. Il contenzioso geopolitico durerà decenni.

E mentre i diplomatici scriveranno libri e gli storici litigheranno sui giudizi, gli interessi sul debito europeo continueranno a maturare e a pagare saremo noi popoli europei.

C’è infine un paradosso clamoroso che smonta qualsiasi giustificazione politica: l’Unione Europea non ha mai voluto fare debito comune per i propri cittadini.

Non per ridurre disoccupazione, non per rafforzare il welfare, non per sostenere salari, non per grandi opere, non per stabilizzare sistemi pensionistici, non per ridurre le disuguaglianze.

Ogni volta la risposta è stata la stessa:

“Non si può, Non è nei Trattati, Non è sostenibile, Non possiamo socializzare i costi.”

E invece oggi, miracolosamente, si può.

Si può per finanziare la guerra, si può per sostenere un Paese che nemmeno appartiene all’UE, si può sapendo che il denaro non tornerà mai indietro.

E allora la domanda è inevitabile:

se l’Europa può essere solidale per la guerra, perché non è stata solidale per i suoi popoli?

Questa decisione non è solo economicamente folle. È un cortocircuito giuridico: prima si minaccia di violare il diritto internazionale con la confisca degli asset russi; poi si cerca di salvarne la faccia producendo una soluzione che viola la logica del diritto europeo e la coerenza istituzionale.

È un disastro economico: carica sulle spalle degli europei debiti non propri, senza ritorno economico, senza garanzie, senza razionalità finanziaria.

Ed è soprattutto una bomba politica e democratica: alimenta diffidenza, rabbia, sfiducia.

Rafforza la percezione – purtroppo sempre più fondata – che le élite europee decidano su questioni gigantesche senza alcun reale consenso popolare e senza alcuna chiarezza verso i cittadini.

La verità come sempre è semplice, anche se scomoda: questa scelta non difende il diritto, non difende l’Europa, non difende i suoi popoli e produce solo un risultato:

un’ulteriore erosione del legame tra cittadini e istituzioni, una nuova frattura tra i popoli e i loro governi, un altro passo verso quella crisi di legittimità democratica che da anni attraversa l’Unione.

Avevamo detto che usare gli asset russi sarebbe stato uno strappo irreparabile, ora possiamo dire che la toppa trovata è peggio del buco;perché l’Europa non ha solo rischiato di tradire il diritto:

ha scelto consapevolmente di tradire il buon senso, l’equità, la responsabilità politica e – soprattutto – i suoi cittadini.

E quando i popoli europei chiederanno conto di questo, sarà inutile parlare di “solidarietà internazionale”.

Perché la prima solidarietà tradita è stata quella verso di loro.

Un tema che merita attenzione e approfondimento nel dibattito pubblico europeo, come raccontiamo quotidianamente su PDQ Magazine.

Andrea Cisternino
Andrea Cisternino
Editorialista di stampo giusnaturalista, cattolico tradizionale , moderato ma non troppo
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