Le dita della mano destra sulla tastiera dell’organetto, mentre la sinistra coordina il movimento del mantice. Al brano successivo, le stesse mani scivolano sugli ottantotto tasti del pianoforte, eleganti e sinuose, per ritrovarsi poco dopo a coprire e scoprire i fori della canna della zampogna. Sono le mani di Antonio Vasta, un musicista di confine.
Appartiene a una generazione di musicisti che ha imparato la tradizione prima ancora di studiarla. La zampogna l’ha appresa dai suonatori incontrati da bambino nella provincia di Messina; il pianoforte attraverso gli studi in Conservatorio. Poi sono arrivati l’etnomusicologia, la ricerca, la fisarmonica, l’organetto e, più tardi, i sintetizzatori.
Mondi che potrebbero appartenere a musicisti diversi e che, invece, convivono nella stessa persona. Per anni Vasta li ha portati con sé attraversando teatro, cinema, dischi, tournée e collaborazioni. Ma sono rimasti, in qualche modo, su piani differenti.
Almeno fino ad Altri Piani.
Presentato lo scorso 15 luglio alla 70esima edizione del Tindari Festival, Altri Piani è il primo progetto nel quale Vasta porta al centro composizioni proprie e linguaggi che lo accompagnano da una vita. Arriva dopo oltre quaranta lavori discografici e una carriera costruita spesso al fianco di altri artisti.
Nella nostra intervista partiamo da Altri Piani, cercando di capire cosa rappresenti per lui, e quale equilibrio sia possibile tra tradizione e innovazione.

Altri Piani di Antonio Vasta, una storia inedita
Hai alle spalle più di 40 lavori discografici, collaborazioni, teatro, cinema e tournée. Eppure “Altri Piani” sembra segnare un passaggio diverso: quello in cui non accompagni una storia altrui, ma metti al centro la tua. Con Altri Piani, infatti, raccogli tue composizioni, «per la maggior parte inedite», come hai già detto, in un progetto organico. Perché proprio adesso?
«Altri Piani nasce adesso perché ho sentito l’esigenza di mettere in scena un progetto che, in realtà, porto nel cuore e nella testa già da diversi anni. Lo immaginavo da tempo proprio così, anche insieme a Francesco Bongiorno, batterista e percussionista che mi ha accompagnato a Tindari: avevo già in mente anche lo sviluppo musicale che avrebbe poi avuto.
L’ho tenuto nel cassetto perché probabilmente non mi sentivo ancora completamente pronto a mettere in scena uno spettacolo soltanto mio. Per una vita sono stato sul palco con altri artisti, al servizio di altri progetti, mentre le mie cose sono rimaste spesso dietro. Ho scritto molto anche per film e documentari: sono uscite tante musiche mie senza che il pubblico sapesse necessariamente che fossero opera mia.
Sono partito quindi dal materiale raccolto negli anni: musiche per film, documentari e spettacoli teatrali. Ho scelto alcune composizioni che sentivo ancora attuali e capaci di entrare in Altri Piani, affiancandole a un repertorio completamente nuovo e originale, scritto appositamente per questo progetto».

Il debutto alla 70esima edizione del Tindari Festival, lo scorso 15 luglio al Gymnasium del Parco Archeologico del Tindari, non rappresenta, dunque, un punto d’arrivo. Altri Piani è destinato a diventare anche un progetto discografico?
«L’idea del disco c’era già. Prima dell’inizio di questa estate ho registrato diverse cose e conto di completare le registrazioni entro il 2026. Il mio desiderio è pubblicarlo prima della prossima estate. Nel frattempo sto lavorando anche a un piccolo tour invernale italiano. Altri Piani è, come dico io, una piccola barchetta di carta che ho messo in mare: spero che non prenda troppa acqua e che riesca, piano piano, a camminare con le proprie gambe».
C’è un filo conduttore tra i brani? Qualcosa che vorresti raccontare?
«È una domanda che mi ha fatto anche il regista dello spettacolo, Antonio Sposito, con il quale stiamo lavorando per dare ad Altri Piani una veste teatrale definitiva, anche attraverso un lavoro specifico sulle luci. Quando ne abbiamo discusso, mi ha chiesto: “Cosa vuoi raccontare nel tuo concerto?”.
Ci siamo resi conto che non c’è un tema scelto a priori: Altri Piani è piuttosto il racconto di quello che sono io, del mio percorso, delle mie emozioni, del mio modo di sentire, vedere e trasmettere la musica.

Dentro questo concerto ci sono tutte le mie anime. Ho una formazione classica, sono diplomato in pianoforte, ma già da bambino coltivavo gli strumenti della tradizione: la zampogna, l’organetto e poi la fisarmonica. Successivamente sono arrivati anche gli strumenti elettronici, i sintetizzatori, attraverso le suggestioni della sperimentazione di Franco Battiato.
Probabilmente Altri Piani è nato così tardi proprio perché non ho voluto scrivere a tavolino una storia da raccontare attraverso la mia musica. Ho aspettato che tutte queste esperienze trovassero naturalmente uno spazio comune e, quando ho sentito che il quadro aveva assunto la forma che desideravo, ho deciso di metterlo in scena».

Il Mediterraneo come orizzonte
Tradizione, innovazione, contaminazione, world music: quanto Mediterraneo c’è in Altri Piani?
«Mi riconosco in tutti questi elementi. Il Mediterraneo per me è un piano imprescindibile, perché tutta la musica che amo affonda le radici in quel grande mare: è il mio orizzonte più evidente.
La world music è stata per anni il mio campo di battaglia, uno spazio di sperimentazione e ricerca che ho approfondito anche attraverso gli studi universitari in etnomusicologia. Ho dedicato le mie due tesi di laurea all’organetto e alla zampogna in Sicilia, un percorso che mi ha portato a conoscere direttamente suonatori e costruttori e che è confluito nel mio modo di fare musica. La zampogna, in particolare, l’ho imparata attraverso la trasmissione orale, direttamente da quei suonatori che, quando ero bambino, erano ancora numerosi nella provincia di Messina».

E hai letto questi strumenti anche in chiave contemporanea.
«È qualcosa a cui sono arrivato spontaneamente. Non ho mai pensato di dover forzare la zampogna per sperimentare a tutti i costi. Mentre scrivevo i brani di Altri Piani, in alcuni momenti sentivo l’esigenza proprio di quel suono e, utilizzandolo, emergeva un linguaggio lontano da quello al quale siamo soliti associare questo strumento. Accade, per esempio, in due brani nei quali la zampogna assume una dimensione decisamente più contemporanea. È proprio questo cortocircuito a creare, secondo me, sensazioni interessanti».

Per te, andando un po’ più nello specifico, cos’è la tradizione? Qualcosa da conservare, un limite da superare o qualcosa da trasformare?
«Me lo sono chiesto più volte. Ricordo che, da studente all’Università di Palermo, durante un esame il professore di etnomusicologia, che mi conosceva anche come musicista, mi spiazzò con una domanda: “Come si sente a essere oggetto di studio della disciplina che sta portando all’esame?”. In quel momento mi sono reso conto della posizione particolare in cui mi trovavo.
Avevo appreso quegli strumenti direttamente dai suonatori, attraverso la trasmissione orale, mantenendo quindi un legame diretto con la tradizione; allo stesso tempo, però, li studiavo attraverso gli strumenti dell’etnomusicologia e arrivavo a utilizzarli in una forma, in un certo senso, nuova per me. Proprio su questo tema mi sono trovato spesso in mezzo a polemiche feroci tra studiosi che sostengono la necessità di conservare rigorosamente la tradizione, senza confonderla né contaminarla. Io credo che la strada da preferire sia quella dell’equilibrio.
Considero fondamentale il lavoro degli studiosi e degli etnomusicologi nel registrare e preservare questo patrimonio, perché, se contaminiamo alla base quel repertorio, rischiamo di perderlo nella sua forma originaria. Io stesso mi sono occupato di trascrivere su pentagramma musiche tramandate oralmente, che potrebbero andare perdute qualora si interrompesse quella linea di trasmissione. Averle trascritte e pubblicate nelle mie tesi di Laurea significa aver conservato almeno una piccola parte.
Ma, una volta preservato quel materiale, credo sia altrettanto importante poterlo rinnovare. Sono due percorsi che possono convivere: conservare la tradizione nella sua forma originaria e, accanto a questo, continuare a trasformarla. Credo che sia anche un modo per mantenerne vivo un pezzetto e permetterle di andare avanti».

Una carriera fatta di incontri
Il percorso artistico di Antonio Vasta attraversa musica, teatro e cinema: dall’esperienza con Luciano Maio e la Taberna Mylaensis all’apertura dei concerti del tour Apriti Sesamo di Franco Battiato, fino all’incontro con il compositore Paolo Vivaldi e all’esperienza con l’Orchestra Italiana del Cinema.
Una carriera scandita anche da importanti riconoscimenti: dal Premio Speciale della Critica all’XI Festival della Nuova Canzone Siciliana, ottenuto nel 2010 con Duminica Matina, al Premio Marco Patti e al Premio Corrado Maranci per la Musica Popolare nel 2012, fino al Riconoscimento speciale Rotary ricevuto nel 2015 a Barcellona Pozzo di Gotto.

Pensando al tuo percorso, quali sono stati i maestri che hanno inciso maggiormente sul tuo modo di studiare e pensare la musica?
«Sono stato fortunato, perché di incontri importanti ne ho avuti tanti. Dal punto di vista accademico, Sergio Bonanzinga e Giovanni Giuriati, all’Università di Palermo, sono stati per me delle guide: mi hanno dato gli strumenti scientifici per indagare la tradizione e ancora oggi rappresentano dei punti di riferimento.
Poi c’è stato Paolo Emilio Carapezza, che purtroppo non c’è più, un grande maestro della musicologia italiana. È stato lui a farmi innamorare della musicologia e della ricerca, negli anni in cui ero ancora molto giovane e cercavo di capire quale fosse la strada più giusta per me. Credo che proprio l’amore per lo studio e la ricerca sia uno degli insegnamenti più preziosi che ho ricevuto».

Dalla formazione agli incontri sul campo: quali artisti hanno lasciato un segno particolare nella costruzione della tua identità musicale?
«Sul campo ho incontrato tanti musicisti e artisti che mi hanno dato molto. Con Mario Incudine siamo cresciuti insieme fin dai tempi dell’Università e condividiamo ormai da venticinque anni gran parte del nostro percorso.
Kaballà è stato per me un grande maestro e un esempio, una persona con la quale ho sperimentato molto. Con lui ho fatto per la prima volta un concerto per piano e voce, mettendomi completamente a nudo ed esprimendo la mia personalità pianistica. Poi ci sono stati Tony Canto e Ambrogio Sparagna, il mio primo maestro di organetto, che mi ha portato nell’Orchestra Popolare Italiana. Una collaborazione che continua ancora oggi e che mi ha permesso di fare tournée internazionali e incontrare molti artisti della musica italiana.
Attraverso Sparagna ho conosciuto Francesco De Gregori, con il quale è nato un bellissimo rapporto: abbiamo vissuto insieme un tour e due dischi. Ho incontrato anche Carmen Consoli, Lucio Dalla e Ron.
Ma non voglio dimenticare Fortunato Sindoni, cantastorie di Portosalvo, a Barcellona Pozzo di Gotto. È stato il primo a credere in me, quando ero ancora un bambino alle scuole medie, e a portarmi su un palco. All’epoca suonavo con i gruppi folkloristici locali, ma non avevo ancora iniziato una vera attività concertistica. Fu lui a portarmi in tournée sui palchi della Sicilia e a farmi vivere le prime vere esperienze di questo tipo. A Fortunato devo tantissimo: è lì che, in qualche modo, è cominciata la mia carriera.
Qualche anno dopo arrivò un altro incontro importante, quello con Luciano Maio, che continuò a credere nel mio talento: avevo 17 anni quando mi scelse per la Taberna Mylaensis, aprendomi un mondo nuovo, quello della world music, che mi avrebbe poi portato anche in tournée internazionali».

Per tutti gli altri aggiornamenti contiua a seguirci su PdQ Magazine.
