Era il gennaio del 2021 quando YouTube, insieme a Facebook e Twitter, decise di sospendere l’account di Donald Trump, in seguito all’assalto al Congresso americano da parte di alcuni suoi sostenitori. La decisione fece rumore in tutto il mondo: era la prima volta che un presidente in carica veniva bandito da così tante piattaforme digitali contemporaneamente.
Secondo YouTube, le dichiarazioni di Trump in quel periodo violavano le sue linee guida e potevano incitare alla violenza. Ma Trump, come ci si poteva aspettare, non la prese bene. Accusò subito le big tech di censura, di silenziarlo per motivi politici e di essersi coordinate con l’amministrazione Biden per metterlo a tacere. Nel luglio dello stesso anno, fece causa a YouTube, Meta (Facebook e Instagram) e Twitter (oggi X).

Ora YouTube paga per chiudere il contenzioso
A distanza di quattro anni, la vicenda si chiude con un assegno: YouTube pagherà 24,5 milioni di dollari a Trump per archiviare definitivamente la causa. La cifra si somma ai 25 milioni già versati da Meta e ai 10 milioni di X, portando il totale a quasi 60 milioni di dollari ottenuti da Trump tramite questi accordi.
“Hanno preferito pagare piuttosto che affrontare la verità in tribunale. È una vittoria contro la censura digitale”, ha dichiarato Trump tramite il suo team legale.
L’accordo, tuttavia, non prevede alcuna ammissione di colpa da parte di YouTube, né il ripristino dell’account sospeso. È semplicemente un modo per chiudere un capitolo legale che rischiava di diventare lungo e costoso per entrambe le parti.
Meta e X avevano già pagato
Non è la prima volta che una big tech preferisce accordarsi anziché affrontare un processo pubblico con il presidente.
Meta, nel 2023, aveva versato 25 milioni di dollari. X, guidata da Elon Musk, si era accordata per 10 milioni.
In tutti i casi, le aziende hanno mantenuto la stessa linea: nessun riconoscimento di responsabilità, ma la volontà di evitare una lunga battaglia legale, anche per non alimentare ulteriormente la narrativa trumpiana.
Trump e la lotta alla “censura”
Per Trump, però, non è solo una questione legale. È soprattutto politica. Le cause contro i giganti del web gli hanno permesso di rilanciare uno dei suoi temi preferiti: la lotta contro quella che definisce la “censura delle big tech”. Un messaggio che trova ampio consenso tra i suoi sostenitori, soprattutto tra chi ritiene che le piattaforme social penalizzino le voci conservatrici.
“Non è solo il mio account ad essere stato zittito. È la voce di milioni di americani che vogliono difendere la verità”, ha affermato Trump in una recente intervista su Truth Social, la sua piattaforma personale.

Ma è davvero censura?
La domanda che in molti continuano a porsi è: dove finisce la libertà di parola e dove inizia la responsabilità delle piattaforme?
YouTube, Facebook, X e tutte le altre hanno linee guida che ogni utente accetta quando si iscrive. Ma quando a infrangerle è un presidente in carica, la questione si fa decisamente più delicata.
Le piattaforme si difendono dicendo di dover mantenere un ambiente sicuro e rispettoso. Ma per molti, soprattutto in ambito conservatore, si tratta di una scusa per controllare l’opinione pubblica.
“Non possiamo permettere che poche aziende private decidano chi può parlare e chi no”, ha dichiarato uno degli avvocati di Trump. “È un problema che va ben oltre il singolo account”.

Il futuro della comunicazione politica online
Intanto, in Congresso si continua a discutere della famigerata Sezione 230 del Communications Decency Act, la legge che garantisce alle piattaforme un’ampia protezione legale rispetto ai contenuti pubblicati dagli utenti. Sempre più voci chiedono una riforma, per aggiornare la normativa a un panorama digitale profondamente cambiato rispetto agli anni ’90.
Nel frattempo, Trump ha lanciato Truth Social, una piattaforma tutta sua, pensata per bypassare le regole delle big tech. Ma nonostante questo, è chiaro che la visibilità garantita da colossi come YouTube e Meta rimanga centrale, soprattutto in vista delle presidenziali del 2026.
Con questo terzo accordo, Trump mette in fila una serie di successi legali contro le grandi piattaforme digitali. Ma il vero campo di battaglia resta aperto: quello della comunicazione online, della libertà d’espressione e del ruolo delle big tech nella vita democratica. E con le prossime elezioni alle porte, lo scontro tra politica e piattaforme è destinato a riaccendersi più acceso che mai.
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