Lo sciopero generale indetto per oggi, 3 ottobre 2025, dalla CGIL e da altri sindacati di base è nato come risposta a un fatto internazionale, ma si è rapidamente trasformato in una piattaforma politica ideologica, abilmente cavalcata da Maurizio Landini. La giornata ha visto una mobilitazione ampia, con la partecipazione di sigle sindacali, centri sociali, attivisti filo-palestinesi e frange della sinistra radicale, il tutto sotto la regia – sempre più politica e sempre meno sindacale – del segretario generale della CGIL.
Ma quanto è autentico questo sciopero? E quanto invece è frutto di una precisa operazione strategica per intestarsi la guida dell’opposizione a un governo che la sinistra non riesce a contrastare nelle urne?
La genesi dello sciopero: Gaza, la flottilla e il caso internazionale
Lo sciopero ha preso forma in seguito al blocco della Global Sumud Flotilla, una piccola spedizione navale diretta verso Gaza con a bordo attivisti, operatori umanitari, giornalisti e anche esponenti del mondo sindacale e associativo italiano. L’intervento della marina israeliana, che ha fermato e sequestrato le imbarcazioni in acque internazionali, è stato definito dai promotori un “atto gravissimo” e una “violazione del diritto internazionale”.

Landini ha immediatamente condannato l’accaduto e ha rilanciato con forza la mobilitazione, annunciando uno sciopero generale in segno di solidarietà con i membri della flottilla e per protestare contro “la criminalizzazione della solidarietà”.
Tuttavia, dietro il gesto simbolico si cela molto di più. Invece di rimanere confinata a una protesta umanitaria, la mobilitazione ha assunto un chiaro carattere politico-ideologico, sfruttando la vicenda internazionale per spingere una serie di rivendicazioni che nulla hanno a che fare con Gaza.
Uno sciopero “generale” o una passerella politica?
In teoria, lo sciopero riguarda i diritti dei lavoratori, la pace e la solidarietà internazionale. In pratica, però, è stato ampiamente utilizzato per attaccare il governo Meloni su ogni fronte, anche i più slegati dal tema iniziale. Sotto la guida di Landini, la CGIL ha trasformato la giornata del 3 ottobre in un comizio itinerante contro l’esecutivo, invocando il ripristino della giustizia sociale, la fine delle politiche “repressive” e la rottura dei rapporti tra Italia e Israele.

Quello che colpisce è la natura ibrida della protesta: ufficialmente uno sciopero sindacale, nei fatti un’operazione politica ben orchestrata. Non è un caso che i riflettori mediatici siano stati tutti puntati su Landini, che ha cercato chiaramente di intestarsi lo sciopero, oscurando le altre sigle promotrici come l’USB e i Cobas.
Il risultato? Una manifestazione che si presenta come pluralista, ma che si concentra tutto intorno alla figura del segretario CGIL, sempre più leader di un’opposizione extraparlamentare e sempre meno rappresentante dei lavoratori.
L’illegittimità formale e il nodo del Garante
A complicare il quadro c’è la questione giuridica. Il Garante per gli scioperi ha dichiarato “illegittimo” lo sciopero del 3 ottobre, accusando la CGIL e gli altri promotori di non aver rispettato i termini di preavviso previsti dalla legge 146/1990, soprattutto per quanto riguarda i servizi pubblici essenziali come trasporti e sanità.
Landini ha risposto accusando il Garante di “intromissione politica” e ha annunciato ricorso contro la delibera, invocando l’art. 2 comma 7 della stessa legge, che permette deroghe in caso di “gravi eventi eccezionali che minacciano la salute o la sicurezza dei lavoratori o la tenuta costituzionale del Paese”.
Ma l’impressione diffusa è che si tratti di una forzatura normativa, usata per giustificare una mobilitazione improvvisa e più ideologica che sindacale. Una mossa rischiosa, che potrebbe costare cara alla CGIL sia in termini di sanzioni sia in termini di credibilità istituzionale.

La flottilla: simbolo o propaganda?
Tra le immagini più sfruttate oggi vi è quella della flottilla solidale, usata come icona dell’oppressione globale, della resistenza dei popoli, della lotta contro l’imperialismo. Un simbolismo potente, certo, ma che rischia di distorcere la realtà e semplificare eccessivamente il conflitto mediorientale, riducendo la complessità della situazione a un facile bianco contro nero.
È lecito difendere i diritti umanitari e criticare azioni militari contestabili. Ma quando tutto questo diventa uno strumento per spingere l’agenda politica di una parte, si cade nel rischio della strumentalizzazione della tragedia, il che svuota anche le ragioni più nobili.
Maurizio Landini: sindacalista o nuovo capo della sinistra?
È sempre più evidente che Maurizio Landini sta assumendo un ruolo politico centrale nella sinistra italiana, in assenza di leadership forti nei partiti tradizionali. Da mesi, Landini sfrutta la piattaforma sindacale per posizionarsi come leader dell’opposizione sociale, con dichiarazioni sempre più frequenti su temi che vanno ben oltre la difesa del lavoro.

Lo sciopero del 3 ottobre ha rappresentato l’apice di questa trasformazione: non solo perché si è messo in prima fila, ma perché ha utilizzato il sindacato come cassa di risonanza per una battaglia ideologica che guarda più alle urne che alle fabbriche.
È lecito chiedersi: dove finisce la rappresentanza dei lavoratori e dove inizia l’attivismo politico personale? Quanti dei lavoratori che oggi hanno scioperato si riconoscono davvero in una sinistra che parla di Palestina, di geopolitica, di imperialismo, ma tace su salari, produttività, imposte e servizi pubblici?
Quando la piazza sostituisce il programma
Il 3 ottobre avrebbe potuto essere una giornata importante di riflessione e protesta legittima. Purtroppo, si è trasformata nell’ennesimo esempio di come la sinistra italiana, guidata ora de facto da Landini, preferisca il clamore alla proposta, il corteo alla riforma, il simbolo al contenuto.
In un Paese che fatica tra inflazione, disoccupazione e disuguaglianze crescenti, abbiamo assistito a una prova generale di opposizione extraparlamentare, costruita su una vicenda internazionale, svuotata di contesto e piegata a scopi politici interni. E così, ancora una volta, il mondo del lavoro viene usato, ma non ascoltato!
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