HomeVoci e VoltiDue chiacchiere con Alessandro De Pasquale (Si.P.Pe.): “Carceri al collasso, servono risposte vere”

Due chiacchiere con Alessandro De Pasquale (Si.P.Pe.): “Carceri al collasso, servono risposte vere”

Il Presidente del Si.P.Pe. racconta senza filtri le criticità del sistema penitenziario italiano: sovraffollamento, carenza di personale, suicidi e la necessità urgente di riforme strutturali.

Le carceri italiane vivono una situazione critica, segnata da sovraffollamento, episodi di autolesionismo e difficoltà legate alla carenza di personale. Si tratta di dati e problemi più volte richiamati anche dalle istituzioni e dalle organizzazioni sindacali di categoria. In questo contesto, Alessandro De Pasquale, Presidente del Si.P.Pe. – Sindacato Polizia Penitenziaria, è oggi una delle voci più ascoltate nel dibattito sul mondo penitenziario. Alla guida di un’organizzazione che rappresenta migliaia di agenti, porta avanti con determinazione le battaglie per denunciare condizioni di lavoro complesse e sollecitare riforme strutturali. La sua esperienza sul campo e l’impegno sindacale lo rendono un punto di riferimento autorevole per comprendere le contraddizioni di un sistema che mostra evidenti segnali di sofferenza e necessita di interventi concreti.

Intervista ad Alessandro De Pasquale: carceri italiane, sicurezza e molto altro

Ciao Alessandro, grazie per il tuo tempo. Andiamo subito al punto: com’è oggi la situazione nelle carceri italiane, vista da dentro? Hai il polso della situazione in tempo reale. Ma davvero è così drammatica come la dipingono, oppure c’è anche dell’esagerazione?

“Il quadro delle carceri italiane è decisamente critico. Il sovraffollamento rappresenta il problema principale, a cui si aggiunge il fenomeno dei suicidi dietro le sbarre che, purtroppo, rappresentano sempre un fallimento delle istituzioni le quali sembrano faticare nell’attuare la finalità rieducativa della pena. Si, è vero! Molti ambienti sono degradanti ma è altrettanto vero che gli stessi sono in tali condizioni per colpa di molti detenuti che distruggono le loro celle, rendendole quindi disumane. Chi non conosce il carcere e il detenuto, può facilmente cadere in errore, enfatizzando artatamente fatti irrilevanti o eventi critici causati dagli stessi detenuti, probabilmente anche per ottenere atti di clemenza”.

Parliamo di sovraffollamento. Le carceri scoppiano, i numeri parlano chiaro. Ma nella pratica, cosa significa per chi ci lavora ogni giorno? Ci puoi spiegare cosa comporta concretamente, per un agente, gestire una sezione con troppi detenuti e troppo poco personale?

“Come dicevo prima, il sovraffollamento rimane una problematica significativa e spesso un agente di polizia penitenziaria è costretto a gestire da solo almeno 70 detenuti in un reparto, con tutti i rischi del caso. In Italia ospitiamo circa 62 mila detenuti a fronte di una capienza regolamentare di circa 51 mila posti. L’elevato numero di detenuti e la mancanza di personale di polizia penitenziaria, di educatori, psicologi, direttori penitenziari, mediatori culturali, ecc. rende impossibile attuare le finalità rieducative della pena, come previsto dalla Costituzione italiana”.

A proposito di personale… quanti uomini e donne mancano all’appello? E come si lavora con questa continua emergenza di organico? Ti sei mai trovato in situazioni limite?

“La Polizia Penitenziaria registra una carenza di organico di circa il 16% rispetto alla pianta organica. Le nuove assunzioni non riescono a coprire il turnover. Solo nel 2024 sono andati via circa 4000 unità e ne sono state assunte solo circa 2700. Purtroppo – va detto – questa carenza di personale comporta uno squilibrio tra detenuti e agenti, alimentando così i rischi alla sicurezza delle donne e degli uomini della polizia penitenziaria. Non solo io, ma ogni poliziotto penitenziario che lavora in carcere rischia giornalmente di trovarsi in situazioni limite”.

Con queste condizioni, come si fa a mantenere la sicurezza e anche una parvenza di umanità verso chi è recluso? Perché si parla sempre di sicurezza, ma anche la dignità è un diritto, no?

“Nonostante le condizioni di sovraffollamento e di carenza di personale, le donne e gli uomini di polizia penitenziaria riescono a garantire sicurezza ma lo fanno sacrificando parte del loro tempo e per alto senso del dovere. Tuttavia, è dovere dell’amministrazione penitenziaria, garantire condizioni sicure di lavoro e, sopratutto, è dovere del Governo, alleggerire la pressione sul sistema carcerario, con riforme adeguate della giustizia, uscendo da logiche di “mera custodia” in modo da migliorare la sicurezza della società nel suo complesso”.

Purtroppo ultimamente il carcere di Gazzi, a Messina, è balzato agli onori della cronaca per un fatto gravissimo: un ragazzo si è tolto la vita poche ore dopo un interrogatorio. Che idea ti sei fatto? Pensi sia stata una tragedia annunciata? Si poteva evitare?

“La vita di ogni detenuto in carcere è responsabilità delle istituzioni a cui il soggetto è affidato per scontare la pena. Credo che la Direzione del carcere di Messina abbia messo in atto tutti i dispositivi di sicurezza necessari per prevenire comportamenti di autolesionismo, tuttavia diventa spesso difficile intervenire in concreto. Sulla morte di questo ragazzo sarà l’autorità giudiziaria ad accertare i fatti ed individuare eventuali responsabilità”.

Secondo te, il sistema ha davvero strumenti efficaci per prevenire episodi così drammatici? O si continua solo a mettere toppe?

“Se non si procede a riforme strutturali e ad una riforma concreta della giustizia, il sistema potrebbe reggersi mettendo le toppe, offrendo alla società un sistema penitenziario fallimentare. Purtroppo la situazione sfugge di mano tutte le volte in cui si stravolge la disposizione di cui all’articolo 2 del DPR 230/2000 che prevede che l’ordine e la disciplina negli istituti penitenziari garantiscono la sicurezza che costituisce la condizione per la realizzazione delle finalità del trattamento dei detenuti e degli internati. In sostanza, prima bisognerà privilegiare la sicurezza e poi sarà possibile realizzare le finalità rieducative della pena; non è il contrario”.

Il tema dei suicidi, dentro le carceri, tocca anche gli agenti. Voi del Si.P.Pe. avete fatto proposte? Cosa dovrebbe cambiare, subito?

“Il tema dei suicidi tocca purtroppo anche le donne e gli uomini delle forze di polizia ma credo che tale fenomeno non possa essere attribuito solo alle condizioni di lavoro; un suicidio è la risultante di molti fattori, tra cui anche quelli sociali, economici e relazionali del soggetto. Non è semplice analizzare le cause dei suicidi avvenuti nella Polizia Penitenziaria; probabilmente c’è una forte componente legata allo stress psico-fisico ma, ripeto, non può essere considerata l’unica. Per comprendere meglio il fenomeno bisognerebbe analizzare la vita professionale e personale di ogni singolo poliziotto penitenziario che si è suicidato negli ultimi 10 anni, così da comprendere se trattasi di suicidi legati a stress intenso cui le forze dell’ordine sono esposte quotidianamente, oppure se trattasi di altro, come fattori genetici, biologici, individuali ambientali e familiari”.

Chi lavora nei penitenziari spesso resta invisibile. Ma tu li vedi ogni giorno: come stanno davvero gli agenti? Si parla sempre dei problemi dei detenuti, ma chi tutela chi indossa la divisa?

“La polizia penitenziaria è cambiata. È cambiato il livello culturale e quindi il modo di approcciare nei rapporti interpersonali. Vedo una polizia penitenziaria moderna, una specialità delle Forze di Polizia molto importante nel mantenimento dell’ordine pubblico. Le donne e gli uomini della Polizia Penitenziaria vengono giornalmente tutelati, spesso anche in modo silenzioso, dai loro comandanti, dai Direttori e anche dalle Organizzazioni Sindacali che giornalmente operano per migliorare le condizioni di lavoro. E a quanto pare, anche il Governo Meloni, si starebbe impegnando per migliorare le condizioni di lavoro di tutte le forze di Polizia”.

Se avessi di fronte il Ministro della Giustizia domani mattina, quali sarebbero le prime tre cose che chiederesti? Senza giri di parole.

“Al Ministro della Giustizia direi che non potrà mai esserci trattamento penitenziario senza garantire sicurezza nelle carceri. Occorre investire molto sulla formazione e sull’aggiornamento dei poliziotti penitenziari, a tutti i livelli gerarchici, evitando di ridurre i tempi dei corsi di formazione; la sicurezza di un carcere è il presupposto fondamentale per la rieducazione dei detenuti. Occorre inoltre dotare i poliziotti penitenziari di taser, strumento fondamentale per mantenere l’ordine e la sicurezza. Non bisogna solo assumere uomini ma occorre anche formarli come poliziotti e poi come specialisti del trattamento”.

Chiudiamo con qualcosa di personale: con tutte queste difficoltà, cosa ti spinge a continuare la tua battaglia sindacale? Da dove nasce la tua voglia di lottare?

“Penso sia una mia caratteristica personale, un eccesso di giustizia; al liceo ero stato eletto per 5 anni rappresentante degli studenti. Mi sono arruolato in polizia penitenziaria nel 1996 e da subito mi ero messo a disposizione dei miei colleghi, facendomi qualche nemico tra i superiori, rischiando anche in termini di carriera, ma con molte soddisfazioni. Da diversi anni sono il Presidente del Sippe, sindacato che ho fondato e che oggi aderisce alla seconda organizzazione sindacale della Polizia Penitenziaria, il Sinappe, della quale assumo anche l’incarico di Segretario Nazionale. Penso che quando lascerò la polizia penitenziaria non escludo che possa scegliere di dedicarmi alla professione forense, perché la tutela dei diritti dei lavoratori, a quanto pare, è una mia idea fissa”.
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