La Legge di Bilancio 2026 e il ritorno di una politica economica senza visione
La Legge di Bilancio 2026 rappresenta l’ennesima occasione mancata per affrontare in modo strutturale i problemi dell’economia italiana. L’analisi dell’Istituto Milton Friedman, firmata da Dario Peirone ed Ezio Stellato, mette in luce con estrema chiarezza ciò che molti osservatori rilevano da anni: una manovra costruita per tenere insieme interessi diversi nel breve periodo, ma incapace di liberare crescita, produttività e competitività nel medio-lungo termine.
Non siamo di fronte a una legge espansiva né a una riforma liberale. La Legge di Bilancio 2026 si inserisce perfettamente in una tradizione fatta di micro-misure, bonus, sanatorie ricorrenti e aggiustamenti marginali che distribuiscono consenso senza modificare gli incentivi economici fondamentali. Il risultato è un sistema che rimane immobile mentre il contesto globale corre.
La Legge di Bilancio 2026 come somma di piccoli interventi senza impatto macroeconomico
Uno dei tratti distintivi della Legge di Bilancio 2026 è la sua estrema frammentazione. La manovra si compone di una molteplicità di interventi di dimensioni ridotte, pensati per intercettare specifici segmenti elettorali ma incapaci di produrre effetti macroeconomici rilevanti.
Questa logica, apparentemente prudente, è in realtà profondamente inefficiente. In assenza di scelte nette, le risorse pubbliche vengono disperse, senza incidere sulla crescita potenziale, sulla produttività del lavoro o sull’attrattività del Paese per investimenti e capitale umano. È una politica economica che evita il conflitto nel breve periodo ma accumula costi enormi nel tempo.

Pressione fiscale e Legge di Bilancio 2026: il problema che resta intatto
La Legge di Bilancio 2026 non affronta il vero nodo dell’economia italiana: una pressione fiscale elevata e concentrata su lavoro e impresa. Nonostante annunci e narrazioni rassicuranti, il carico tributario rimane tra i più alti d’Europa, soprattutto sulle basi imponibili più mobili e più sensibili agli incentivi.
Riduzioni simboliche o bonus temporanei non cambiano le decisioni economiche. Non aumentano l’offerta di lavoro qualificato, non incentivano investimenti produttivi, non trattengono talenti. Come sottolinea correttamente l’Istituto Friedman, il Paese non ha bisogno di “mance fiscali”, ma di una riduzione netta, stabile e strutturale delle imposte.
Previdenza e Legge di Bilancio 2026: un’intuizione giusta, ma incompleta
All’interno della Legge di Bilancio 2026 emerge un elemento positivo, riconosciuto anche dall’Istituto Friedman: la consapevolezza che la spesa previdenziale debba essere riequilibrata. Per anni questo tema è stato evitato, nonostante il suo peso crescente sui conti pubblici e il suo carattere fortemente regressivo sul piano generazionale.
Riconoscere la necessità di spostare risorse verso giovani, famiglie e lavoro è un passaggio corretto. Tuttavia, la manovra si ferma a metà strada. I risparmi potenziali non vengono vincolati a una riduzione strutturale delle imposte, rischiando di essere assorbiti nel bilancio generale e trasformati in nuova spesa discrezionale.
Una riforma della spesa che non produce un abbassamento permanente del carico fiscale perde gran parte della sua efficacia economica e della sua legittimazione sociale.
Rottamazione quinquies e Legge di Bilancio 2026: l’errore che si ripete
La rottamazione quinquies, inserita nella Legge di Bilancio 2026, rappresenta uno dei punti più critici della manovra. Le sanatorie fiscali cicliche non sono strumenti neutrali: alterano profondamente gli incentivi e consolidano l’idea che convenga non pagare e attendere il prossimo condono.
Come evidenziato dall’Istituto Friedman, questo approccio indebolisce la compliance fiscale, mina la credibilità dello Stato e penalizza chi rispetta le regole. Dal punto di vista dei conti pubblici, l’effetto è altrettanto negativo: le valutazioni tecniche indicano una perdita di gettito sia nel breve sia nel medio periodo.
Continuare a premiare l’inadempienza mentre lavoro e impresa regolare restano fortemente tassati non migliora l’equità del sistema, ma ne restringe progressivamente le basi imponibili.

Il magazzino della riscossione nella Legge di Bilancio 2026: un’enorme occasione mancata
Uno dei passaggi più innovativi dell’analisi dell’Istituto Friedman riguarda il magazzino dei crediti affidati alla riscossione, che supera abbondantemente i mille miliardi di euro. La Legge di Bilancio 2026 continua a ignorare il potenziale di questo stock, trattandolo come un problema irrisolvibile.
In realtà, una quota significativa di questi crediti è valorizzabile attraverso interventi selettivi e strumenti di mercato. Cessioni mirate, cartolarizzazioni con perimetri rigorosi e governance trasparente potrebbero trasformare asset improduttivi in risorse reali, senza ricorrere a condoni mascherati.
La differenza fondamentale è nella destinazione delle risorse: invece di finanziare nuova spesa, esse dovrebbero essere vincolate a un taglio fiscale permanente.
IRPEF, IRES e Legge di Bilancio 2026: la riforma che non c’è
Il cuore della critica alla Legge di Bilancio 2026 riguarda IRPEF e IRES. Le modifiche introdotte sono insufficienti e frammentarie, incapaci di incidere sulle aliquote marginali e quindi sulle decisioni economiche.
Come sottolinea l’Istituto Friedman, non è scandaloso che una riforma dell’IRPEF produca benefici anche per i redditi medio-alti. In un’economia aperta e mobile, trattenere capitale umano e base imponibile è una condizione necessaria per finanziare il welfare. Lo scandalo è intervenire senza una strategia coerente di crescita.
Sul fronte dell’IRES, l’assenza di una politica fiscale orientata a investimenti, capitalizzazione e autofinanziamento delle imprese condanna il sistema produttivo a una bassa produttività cronica.
Legge di Bilancio 2026: consenso nel breve, declino nel lungo periodo
La Legge di Bilancio 2026 contiene alcuni spunti corretti, ma resta prigioniera di una logica non liberale, orientata alla gestione del consenso piuttosto che alla liberazione delle energie produttive. L’analisi dell’Istituto Milton Friedman rappresenta una diagnosi lucida e condivisibile dello stato della politica economica italiana.
L’alternativa è chiara: basta sanatorie cicliche, basta micro-interventi senza visione. Serve un utilizzo intelligente del magazzino della riscossione e un taglio vero, permanente e strutturale di IRPEF e IRES. Non poche centinaia di euro l’anno, ma una riforma capace di cambiare davvero le decisioni di famiglie, imprese e talenti.
La differenza tra amministrare l’esistente e costruire futuro passa tutta da qui. L’Istituto Friedman ha indicato la strada. Ignorarla significa scegliere consapevolmente la stagnazione.
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