Maria Francesca Mazzara rappresenta una delle realtà più luminose e apprezzate del panorama lirico contemporaneo, grazie a una carriera internazionale che coniuga mirabilmente un solido percorso accademico a un repertorio vasto, versatile e in continua evoluzione. Dotata di una vocalità straordinaria, il soprano siciliano si distingue per la rara capacità di spaziare con disinvoltura dai ruoli drammatici a quelli caratterizzati da un più brillante lirismo, offrendo interpretazioni sempre intense e di altissimo livello tecnico.
Il suo percorso artistico affonda le radici in una formazione d’eccellenza: si è laureata con il massimo dei voti in Canto lirico presso il Conservatorio di Musica di Palermo, affiancando costantemente allo studio vocale quello della danza classica, un elemento che conferisce una particolare grazia alla sua presenza scenica. Ha successivamente perfezionato la tecnica del belcanto sotto la prestigiosa guida di un’icona della lirica mondiale, il celebre soprano Luciana Serra.
Il talento di Maria Francesca Mazzara è stato consacrato sin dagli esordi da numerosi e prestigiosi riconoscimenti in concorsi lirici internazionali, tra cui spiccano il Premio del Pubblico al concorso Grandi Voci di Salisburgo che l’ha vista esibirsi nell’ambito dell’Oper im Berg Festival – e il primo premio al Concorso “Artisti per la Vita”, vittoria che le ha aperto le porte al ruolo di Violetta Valéry ne La Traviata.
A questi si aggiungono importanti tributi alle sue qualità artistiche e umane, come il Premio Nike Donna di Sicilia, il Premio Liolà per il canto lirico, l’Universo Donna per l’arte musicale, il Premio Kaleidos – Una voce per la lirica e il Premio Giovane Promessa in Opera sotto le Stelle.
Ambasciatrice della cultura musicale nel mondo, l’artista ha preso parte a significativi scambi culturali internazionali, esibendosi al Festival Spring of Culture in Bahrain con il Teatro Massimo e la BACA, e a Hong Kong con la Women’s Orchestra sotto l’egida dell’Ambasciata Italiana. La sua carriera l’ha portata a calcare i palcoscenici di quattro continenti: dagli Stati Uniti al Giappone, dalla Russia al Sud Africa, passando per Tunisia, Francia, Polonia, Romania, Austria, Grecia, Slovenia e Croazia, riscuotendo ovunque unanimi consensi di pubblico e di critica.
Tra i ruoli che ha rivestito spiccano le figure più iconiche e complesse del repertorio operistico: ha vestito i panni di un’indimenticabile Violetta Valéry ne La Traviata. Ha inoltre interpretato il personaggio di Lucia in Lucia di Lammermoor negli Stati Uniti, in Giappone in tournée con il Teatro Verdi di Trieste e nei teatri di Chieti e Palermo.
Di particolare rilievo anche la sua versatilità nel repertorio contemporaneo, sacro (con lo straordinario debutto alla Carnegie Hall di New York con il Gloria di Vivaldi e la Messa dell’Incoronazione di Mozart) e nella riscoperta di rarità operistiche, come la recente incisione dell’opera La Tilda di Francesco Cilea per la prestigiosa etichetta Brilliant Classics.

Maria Francesca Mazzara, oggi ci guiderà alla scoperta del suo percorso artistico, dei segreti del suo repertorio e della dedizione necessaria per calcare i palcoscenici più prestigiosi. Scopriamo la sua storia attraverso l’ intervista che ha concesso a PDQ Magazine.
In che modo la disciplina del corpo ti ha aiutato nella presenza scenica e come è stato possibile integrarla con gli insegnamenti di una leggenda del bel canto come Luciana Serra, con cui ti sei perfezionata?
«Fin da piccola il mio sogno era quello di diventare una ballerina. Ho iniziato a studiare danza classica e ho abbracciato questa bellissima arte fino all’età di 16 anni. Con il tempo, però, mi sono resa conto che, nonostante la bellezza di questa disciplina, mi mancava qualcosa per sentirmi completamente realizzata. È stato allora che mi sono avvicinata al canto.
La mia è una famiglia che mi ha sempre sostenuta in ogni scelta, pur non provenendo da un contesto artistico-musicale. Così è iniziato il mio vero percorso; ho salutato la danza, ma le sono profondamente grata: mi ha insegnato il rispetto per il corpo e la capacità di sentire la musica nelle vene, un’attitudine che ho trasferito interamente nel canto durante i miei anni di formazione al Conservatorio di Palermo, dove mi sono diplomata.
Il passo successivo è stato l’incontro fondamentale con la signora Luciana Serra. Trovarmi nel suo sodalizio artistico è stato un punto di svolta per la mia formazione artistica. La signora Serra è una donna di straordinaria intelligenza che condivide un principio chiave: noi cantanti lirici siamo, a tutti gli effetti, degli atleti del canto».

Parliamo di un ruolo che attraversa come un filo rosso la tua carriera: il personaggio di Violetta nella Traviata. È stata da te interpretata in contesti tradizionali importantissimi, sia in Italia che all’estero, ma è nella sua rilettura attraverso la voce di Teresa Mannino e con la regia di Alberto Cavallotti che questo personaggio mitico è stato rivisto in una chiave diversa e moderna. Raccontaci questa esperienza.
«Il ruolo di Violetta è a tutti gli effetti il ruolo di una donna moderna; l’incontro con il Teatro Massimo di Palermo per questa bellissima produzione, e soprattutto l’incontro con una donna di grande valore come Teresa Mannino, ha dato vita a un lavoro straordinario e profondamente gratificante.
Accanto a me, in questo viaggio teatrale, c’erano artisti eccezionali come il direttore d’orchestra Alberto Maniaci e l’interprete di Alfredo, Luca Canonici. Lavorare con Teresa Mannino è stato incredibile. Spesso in televisione emerge la sua dirompente comicità, ma dietro le quinte ho scoperto una professionista di raffinata sensibilità artistica.
Ha saputo unire l’intero gruppo per raccontare Violetta nel modo più autentico possibile. Durante lo spettacolo si avverte chiaramente questa sinergia: Teresa parlava, narrava, introduceva, il tutto avveniva in un modo talmente rispettoso dell’opera e, allo stesso tempo, così reale da rendere lo spettacolo un’esperienza unica. Conservo un ricordo meraviglioso della generosità scenica di Teresa. Mi ha sempre concesso un grande spazio espressivo in tutta la durata dello spettacolo».

Il tuo passaporto artistico è di grande valore: hai cantato in contesti internazionali straordinari, dal Giappone alla Russia fino ad arrivare a Hong Kong. Quando ti trovi davanti ad un pubblico con una cultura musicale così lontana da quella italiana, che tipo di emozioni provi ?
«Quando ci esibiamo all’estero, noi cantanti lirici diventiamo a tutti gli effetti dei veri e propri ambasciatori del bel canto nel mondo. Allo stesso tempo, intraprendere questi viaggi ci permette di avvicinarci a realtà e comunità sempre diverse, scoprendo come ogni pubblico esprima la propria reazione e approvazione in modo autentico.
Cantare in paesi come il Giappone, la Russia o a Hong Kong rappresenta un superamento complessivo dei confini geografici e culturali. Attraverso la musica viviamo un’esperienza di profonda unità, spesso senza avere nemmeno il tempo di renderci conto pienamente di quanto la nostra arte riesca a comunicare e a viaggiare lontano.
Anche in culture così distanti dalla nostra, il pubblico si dimostra straordinariamente partecipe ed entusiasta. È una platea che si lascia catturare dalla purezza della musica, dimostrando che l’opera lirica possiede un linguaggio universale capace di abbattere qualsiasi barriera e toccare le corde dell’anima».

Molti soprani scelgono la sicurezza del repertorio classico, tu hai dimostrato una straordinaria flessibilità affrontando la musica contemporanea e rarità assolute, come la recente incisione mondiale de La Tilda di Francesco Cilea per la Brilliant Classics. Qual è lo sforzo vocale richiesto per abbandonare le certezze dell’Ottocento ed esplorare partiture nuove ?
«Il merito di questa flessibilità va anche alla mia maestra, Luciana Serra, che mi ha trasmesso gli strumenti tecnici necessari per gestire con intelligenza e sicurezza persino questi repertori così rari. Uno dei suoi primi insegnamenti è stato proprio quello di rimanere sempre fedeli alla propria natura vocale, Affrontare un’opera verista come La Tilda di Cilea ha rappresentato una sfida straordinaria; il Verismo e il Novecento richiedono una consapevolezza interpretativa molto diversa rispetto alla solidità dell’Ottocento.
Tilda è una donna forte e travolgente, sia dal punto di vista emotivo che sociale: per sintonizzarsi su queste frequenze serve un controllo tecnico assoluto, che permetta di esprimere passioni viscerali salvaguardando sempre la salute dello strumento vocale».

Nel percorso di un grande interprete c’è sempre un prima e un dopo. Parliamo infatti della Carnegie Hall di New York, dove hai eseguito la musica sacra di Mozart e Vivaldi. Che effetto ti ha fatto camminare nei corridoi di quel tempio mondiale della musica e salire su un palcoscenico così prestigioso?
«E’ stata un’emozione immensa, grandissima. Ero molto giovane e mi sentivo sinceramente impaurita di fronte a un luogo di tale prestigio. Di quell’esperienza ricordo in modo particolare gli aspetti legati alla comunicazione. Spesso noi cantanti lirici ci troviamo a confrontarci con barriere linguistiche quando andiamo all’estero; fortunatamente io parlo bene l’inglese, quindi negli Stati Uniti non ho avuto difficoltà relazionali.
C’è da dire che gli spartiti e le partiture contengono da sempre indicazioni in italiano e testi in latino, ma quando ci si trova in paesi anglofoni la lingua resta fondamentale anche per il lavoro tecnico. A seconda dei direttori d’orchestra, infatti, possono essere richieste sfumature di intonazione o pronunce specifiche del testo sacro. Poter dialogare fluidamente mi ha permesso di affrontare ogni richiesta al meglio. È stata un’esperienza assolutamente magica su un palcoscenico unico al mondo».
Guardando i tuoi impegni prossimi, ti aspetta l’inaugurazione del festival lirico dei Teatri di Pietra proprio nella tua Sicilia, e in particolare al Teatro Greco del Monte Iato in collaborazione con il Coro Lirico Siciliano. Dopo aver girato il mondo, che significato ha per te cantare in uno di questi giganti di pietra e nel silenzio millenario della tua terra?
«Per un artista è un’ emozione enorme essere voce nella propria terra. È meraviglioso girare e conoscere il mondo, ma l’emozione che si prova esibendosi a casa propria è davvero inenarrabile. La mia collaborazione con il Coro Lirico Siciliano – una realtà straordinaria, peraltro vincitrice degli Oscar della Lirica – è di lunga durata. Ho collaborato con le loro produzioni calcando palcoscenici storici immensi, sia a Siracusa che a Taormina.
È bellissimo poter dare onore alla nostra storia attraverso l’arte. Tra questi luoghi millenari, uno di quelli che vanta un’acustica meravigliosa è sicuramente il Teatro di Tindari, dove in passato ho avuto l’onore di esibirmi in un emozionante spettacolo omaggio a Ennio Morricone.
Quest’anno ci aspetta un appuntamento altrettanto importante al Teatro del Monte Iato, un sito che possiede una poesia unica. Da siciliana, sono profondamente fiera di poter avere il privilegio di esibirmi sul palcoscenico nella mia terra, portando la voce e l’anima in questi straordinari teatri di pietra antica. L’evento, al via il 12 luglio, si intitolerà “Lu scruscio di l’anima”: un momento di memoria civile a trent’anni dal barbaro omicidio del piccolo Giuseppe Di Matteo».
Per tutti gli altri aggiornamenti continua a seguirci su Pdq Magazine.
