Un colpo improvviso, la folla nel panico, il silenzio spezzato in pochi secondi. Charlie Kirk, 31 anni, fondatore di Turning Point USA e volto di spicco della destra giovanile, è stato ucciso il 10 settembre durante un evento all’aperto alla Utah Valley University di Orem. L’attacco, definito un “assassinio politico” dalle autorità locali, ha scosso gli Stati Uniti, rilanciando il dibattito sulla violenza politica e aprendo interrogativi sul futuro della mobilitazione conservatrice.
La sparatoria
Era una serata fresca di fine estate a Orem, nello Utah. Sul prato della Utah Valley University si erano radunate centinaia di persone: studenti, famiglie, simpatizzanti conservatori e curiosi. Charlie Kirk stava rispondendo a una domanda dal pubblico, in piedi sul palco, quando poco dopo mezzogiorno, alle 12:20 ora locale (le 20:20 in Italia), si è udito un colpo secco. All’inizio alcuni hanno pensato a un petardo, ma il silenzio improvviso e le urla successive hanno lasciato pochi dubbi: si trattava di uno sparo.
I primi testimoni raccontano che Kirk ha barcollato, portandosi istintivamente la mano al collo, prima di accasciarsi a terra. Gli agenti della sicurezza privata hanno reagito immediatamente: alcuni hanno circondato il palco per coprire il corpo, altri hanno iniziato a evacuare la folla. Nel giro di pochi secondi il prato si è trasformato in una scena di caos, con persone che correvano in ogni direzione, alcuni caduti a terra, genitori che cercavano i figli tra la calca.
Secondo diversi studenti presenti, in quell’istante si sono sentite grida di “a terra, a terra!”, mentre i volontari tentavano di guidare le uscite. Una giovane universitaria ha raccontato a un giornale locale di aver visto «il volto impietrito di chi non sapeva dove andare, qualcuno piangeva, altri cercavano di filmare con i telefoni». In pochi minuti, però, la tensione è diventata panico: la folla si accalcava verso i varchi, alcuni spingendo con forza, altri rimanendo intrappolati nelle barriere di sicurezza.
Gli agenti della polizia universitaria sono arrivati quasi subito, affiancati dai paramedici che hanno praticato le prime manovre di soccorso direttamente sul palco. Charlie Kirk è stato stabilizzato e caricato su un’ambulanza, mentre gli investigatori già delimitavano l’area con i nastri gialli.
Nel frattempo, sopra le teste dei presenti, alcuni hanno detto di aver visto una sagoma muoversi su un tetto vicino. Altri hanno parlato di «un lampo metallico» proveniente da un edificio adiacente. Elementi che hanno rafforzato l’ipotesi investigativa di un colpo sparato da distanza, con il palco come bersaglio, anche se la conferma balistica definitiva è ancora in corso.
La cronaca minuto per minuto è stata scandita anche dai social: già poco dopo le 12:40 ora locale (Mountain Time) i primi video amatoriali circolavano su X e TikTok, mostrando scene di panico e l’intervento dei paramedici. In meno di mezz’ora, la notizia aveva raggiunto le redazioni nazionali, trasformando il pomeriggio di Orem in un caso di portata mondiale.
Le indagini
Dopo i primi minuti di caos, la scena della sparatoria è stata rapidamente presa in consegna dalle autorità locali. La polizia di Orem ha immediatamente transennato l’area, ma vista la gravità dell’episodio sono intervenute anche le unità della polizia statale dello Utah e gli agenti federali dell’FBI, chiamati a coordinare le indagini.
Già dalle prime ore, gli inquirenti hanno parlato di attacco mirato. La traiettoria del colpo e la dinamica dei fatti fanno pensare a uno sparatore appostato in posizione sopraelevata, con una chiara linea di vista sul palco. Secondo quanto riferito dalle autorità locali, gli investigatori hanno passato al setaccio i tetti e gli edifici circostanti, concentrandosi in particolare su un complesso residenziale che domina il prato dell’università.
Nelle ore successive all’attacco, due persone erano state fermate e interrogate. La notizia, rilanciata da alcune emittenti nazionali, aveva alimentato inizialmente la speranza di un arresto rapido. In realtà si è trattato di un falso allarme: entrambi i fermati sono stati rilasciati dopo accertamenti, perché risultati estranei ai fatti. Dopo ore di confusione, la polizia ha chiarito ufficialmente che nessun sospetto è in custodia e che la caccia all’uomo resta aperta.
Il capo della polizia di Orem, affiancato dal responsabile dell’FBI per lo Utah (SAC), ha parlato in conferenza stampa di una “caccia all’uomo senza precedenti nello Stato”. Sono state mobilitate unità cinofile, droni e squadre specializzate in indagini balistiche. Parallelamente, è stato aperto un canale diretto per raccogliere materiale video e fotografico. L’appello è stato rivolto non solo agli studenti presenti, ma anche a chiunque avesse filmato i momenti precedenti o successivi alla sparatoria.
La mole di contenuti raccolti è impressionante: centinaia di video girati con gli smartphone, immagini caricate sui social, riprese dalle telecamere di sicurezza dell’università e dei negozi vicini. Ogni frame viene analizzato per individuare movimenti sospetti o dettagli utili. L’ipotesi più accreditata resta quella di un colpo sparato da distanza, con premeditazione e conoscenza del luogo.
Gli investigatori, tuttavia, non escludono nessuna pista. Resta infatti da chiarire il movente: si è trattato di un gesto politico, di un atto isolato di fanatismo o di una vendetta personale? L’unica certezza è che il Paese guarda a queste indagini come a un test cruciale di credibilità per le forze di sicurezza.
Chi era Charlie Kirk
Per comprendere l’impatto della sua morte, è necessario ricordare chi fosse davvero Charlie Kirk. Nato nel 1994 a Wheeling, nell’Illinois, era cresciuto in una famiglia della middle class americana. Fin da ragazzo aveva mostrato una spiccata curiosità per la politica e un forte legame con la fede cristiana evangelica, elementi che avrebbero segnato tutta la sua carriera.
Durante gli anni del liceo, si fece notare scrivendo articoli di opinione su giornali locali e partecipando a conferenze studentesche. Nonostante non avesse completato un percorso universitario tradizionale, Kirk utilizzava spesso la sua stessa esperienza di “self-made man” come argomento nei discorsi rivolti agli studenti, sostenendo che l’impegno e la determinazione potessero contare più di un titolo accademico.
La sua famiglia, molto attiva nella comunità locale, lo aveva incoraggiato a seguire le proprie passioni. Nei racconti più intimi, lo stesso Kirk ricordava di aver trovato nella madre la prima sostenitrice delle sue ambizioni, e in alcune interviste sottolineava quanto il nucleo familiare fosse stato fondamentale per la sua crescita personale.
Il salto nella politica nazionale arrivò nel 2012, quando a soli 18 anni fondò Turning Point USA. L’idea era semplice ma potente: costruire un movimento che desse voce ai giovani conservatori, spesso minoranza nei campus dominati da idee progressiste. Il progetto decollò rapidamente, grazie a un mix di carisma personale, abilità organizzativa e uso strategico dei social media.
Nel giro di pochi anni, Kirk si ritrovò non solo a capo di una delle più grandi organizzazioni studentesche degli Stati Uniti, ma anche al centro di un network di donatori, attivisti e politici repubblicani di primo piano. Divenne un ospite ricorrente in talk show televisivi e radiofonici, consolidando il suo ruolo di influencer conservatore.
Il suo stile comunicativo era diretto, spesso spigoloso, calibrato per generare reazioni immediate. Amava usare frasi brevi, slogan incisivi, provocazioni calcolate. Questo approccio gli garantiva visibilità e consenso tra i sostenitori, ma alimentava critiche da parte degli avversari, che lo accusavano di semplificare eccessivamente temi complessi e di esasperare la polarizzazione.
Parallelamente, Kirk aveva costruito un impero mediatico personale. Con il suo podcast quotidiano, seguito da milioni di ascoltatori, parlava di politica, cultura e attualità con lo stesso tono diretto che usava sul palco. In pochi anni era diventato non solo un organizzatore di eventi, ma anche una voce riconoscibile nel panorama conservatore americano, capace di orientare opinioni e mobilitare masse di giovani.
Nonostante la giovane età, Kirk era già considerato da molti come un leader destinato a giocare un ruolo di lungo periodo nel Partito Repubblicano. La sua morte improvvisa non ha solo privato i conservatori di un portavoce energico, ma ha interrotto la parabola di una figura che stava modellando il futuro della destra americana.
Turning Point USA fondata da Charlie Kirk
Fondata nel 2012, quando Charlie Kirk aveva appena diciotto anni, Turning Point USA nacque come una piccola organizzazione studentesca con sede in Illinois. L’idea era chiara: creare un movimento capace di difendere il libero mercato, il patriottismo e i valori conservatori all’interno dei campus universitari, dove la maggioranza delle associazioni giovanili era considerata progressista o liberal.
Nei primi anni, TPUSA operava con mezzi limitati: piccoli stand nelle università, distribuzione di volantini, incontri con pochi studenti. Ma grazie al carisma di Kirk e alla sua abilità nel comunicare con i coetanei, l’organizzazione cominciò ad attirare volontari e, soprattutto, donazioni. Alcuni imprenditori vicini al Partito Repubblicano videro in quel giovane determinato un potenziale enorme e iniziarono a finanziare le attività.
La crescita fu rapida. Nel giro di pochi anni, Turning Point USA aprì capitoli in centinaia di campus in tutti gli Stati Uniti. I suoi attivisti montavano banchetti, organizzavano conferenze e portavano relatori conservatori a parlare agli studenti. Questo modello di presenza costante sul territorio trasformò TPUSA in un network capillare, capace di mobilitare migliaia di giovani in ogni Stato.
Gli eventi nazionali segnarono il consolidamento del movimento. Il “Student Action Summit”, organizzato annualmente in Florida, divenne un appuntamento fisso per la destra americana: un mix tra convention politica e spettacolo mediatico, con ospiti di primo piano, musica, merchandising e una regia attenta a catturare l’attenzione dei social. Ogni edizione radunava migliaia di studenti e centinaia di giornalisti, rendendo TPUSA un attore riconosciuto della politica nazionale.
Parallelamente, l’organizzazione moltiplicava le campagne online. Con grafiche semplici e messaggi provocatori, i post di TPUSA circolavano viralmente su Facebook, Instagram e TikTok, raggiungendo milioni di utenti. L’uso dei meme e degli slogan brevi, mutuato dalla cultura digitale, fu una delle chiavi del successo: i giovani si riconoscevano in un linguaggio che sentivano loro, non imposto dall’alto.
Non mancarono, però, le critiche. Rettori e associazioni studentesche progressiste accusavano TPUSA di esasperare la polarizzazione politica all’interno delle università. Alcuni episodi contestati riguardarono la pubblicazione di “liste nere” di professori giudicati ostili ai conservatori, iniziative che suscitarono proteste e accuse di intimidazione. Kirk difendeva l’organizzazione sostenendo che fosse semplicemente un modo per garantire trasparenza e libertà di espressione.
Dal punto di vista finanziario, TPUSA riuscì ad attrarre sponsor importanti. Fondazioni conservatrici, donatori privati e grandi aziende vicine al Partito Repubblicano contribuirono a trasformare l’organizzazione in un colosso con milioni di dollari di budget annuale. Questo flusso di risorse permise di ampliare lo staff, aprire uffici in diverse città e organizzare eventi sempre più professionali.
L’impatto generazionale fu evidente. Per molti giovani conservatori, TPUSA rappresentò la prima esperienza di militanza politica. Non solo un movimento, ma una comunità: amicizie, reti di contatti, opportunità di carriera. Per la destra americana, fu un modo per coltivare la prossima classe dirigente. Per i critici, invece, era la dimostrazione di come il populismo digitale potesse infiltrarsi nelle aule universitarie, minando la neutralità degli spazi accademici.
Con la morte di Kirk, TPUSA si trova ora davanti a una sfida esistenziale. Senza il fondatore, che ne era l’anima e il volto pubblico, l’organizzazione dovrà dimostrare di poter sopravvivere e continuare ad attrarre giovani in un’America sempre più divisa. Alcuni osservatori ritengono che la memoria del leader possa rafforzarne l’identità, trasformandolo in un simbolo. Altri temono che, priva della sua guida carismatica, TPUSA possa perdere slancio e centralità.
Reazioni politiche dopo l’assassinio di Charlie Kirk
La notizia della morte di Charlie Kirk si è diffusa in pochi minuti oltre i confini dello Utah, diventando apertura dei principali network televisivi americani. La Casa Bianca ha diffuso una nota ufficiale in serata: il presidente Donald Trump ha parlato di «un attacco alla democrazia» e ha rivolto un appello ad abbassare i toni del confronto politico, definendo l’omicidio «un segnale che non possiamo ignorare».
Particolarmente dure le parole del governatore dello Utah, Spencer Cox, che ha parlato apertamente di «assassinio politico», sottolineando come la scelta del luogo e del bersaglio dimostrassero la volontà di colpire un leader per le sue idee.
Trump, in seguito, ha affidato ai social parole cariche di pathos: «Charlie era un patriota e un amico, un giovane leader che amava l’America. La sua morte è un momento buio per la nostra nazione». Ha anche annunciato che le bandiere sarebbero state esposte a mezz’asta in suo onore.
Nelle ore successive, però, dalle file conservatrici non sono mancate accuse dirette alla sinistra. Lo stesso Trump ha parlato di una «radical left» che con il suo linguaggio esasperato contribuirebbe a demonizzare gli avversari politici, alimentando un clima ostile che può sfociare in violenza. Commentatori vicini al mondo MAGA, come il conduttore di Fox News Jesse Watters, hanno spinto ancora di più sull’acceleratore, sostenendo che «sono in guerra con noi» e puntando il dito contro i media liberal. Queste dichiarazioni hanno subito politicizzato la tragedia, trasformando il cordoglio in una nuova occasione di scontro.
Sui social, infatti, le reazioni sono state un termometro impietoso della divisione americana. Migliaia di messaggi di cordoglio si sono alternati a commenti di segno opposto, che ricordavano le posizioni controverse di Kirk e lo accusavano di aver alimentato lui stesso un clima di scontro. Hashtag come #JusticeForKirk e #NoMoreViolence sono diventati virali su X, mentre video e post polarizzati circolavano a ritmo incessante.
Questa spaccatura riflette l’incapacità, anche di fronte a una tragedia, di trovare un terreno comune. Per alcuni, la morte di Kirk è stata la conferma della pericolosità della retorica politica esasperata. Per altri, è il martirio di un giovane leader abbattuto perché aveva avuto il coraggio di dire ciò che pensava.
Il contesto della violenza politica in America
L’uccisione di Charlie Kirk si inserisce in una tradizione dolorosa della storia americana, in cui la violenza ha spesso colpito leader politici e figure pubbliche. Gli Stati Uniti hanno conosciuto omicidi che hanno segnato intere epoche: Abraham Lincoln assassinato nel 1865, John Fitzgerald Kennedy ucciso a Dallas nel 1963, Martin Luther King e Robert Kennedy, entrambi nel 1968. Episodi che hanno cambiato il corso della nazione e che ancora oggi rappresentano ferite aperte nella memoria collettiva.
Nel XXI secolo la lista non si è interrotta. Nel 2011 la deputata democratica Gabrielle Giffords fu gravemente ferita durante un incontro con i cittadini in Arizona, sopravvivendo a un attacco armato che causò sei morti. Il 6 gennaio 2021, durante l’assalto a Capitol Hill, il mondo ha assistito a immagini di violenza diretta contro il cuore delle istituzioni americane. Più di recente, diversi membri del Congresso hanno denunciato minacce costanti, spesso accompagnate da intimidazioni online.
I dati confermano questa escalation. Secondo i rapporti del Congressional Research Service, tra il 2017 e il 2023 le segnalazioni di minacce contro i parlamentari sono aumentate del 144%. La polizia del Campidoglio ha dovuto potenziare il proprio organico e introdurre misure straordinarie di protezione. Non si tratta più di episodi isolati, ma di un fenomeno strutturale che riflette la crescente polarizzazione politica e la diffusione delle armi da fuoco nella società americana.
Molti analisti vedono nell’omicidio di Kirk un nuovo campanello d’allarme. Secondo esperti citati da Reuters, la combinazione tra retorica estrema, radicalizzazione online e clima di sfiducia istituzionale crea un terreno fertile per la violenza politica. Ogni episodio alimenta la percezione che lo scontro politico non si giochi più solo nelle urne, ma anche nella possibilità concreta di diventare bersaglio fisico per le proprie idee.
Per gli studiosi di scienze politiche, la tragedia di Orem mostra come il tessuto democratico americano stia vivendo una fase critica. Se in passato la violenza colpiva figure istituzionali di altissimo livello, oggi il rischio riguarda anche leader emergenti, attivisti, giornalisti e accademici. La democrazia americana, avvertono, si trova davanti a una sfida di sopravvivenza: garantire la libertà del dibattito senza che questa diventi un’esposizione mortale.
Il ruolo dei media e dei social
Le prime ore dopo l’attacco a Charlie Kirk hanno mostrato ancora una volta quanto fragile sia l’ecosistema informativo americano di fronte a eventi improvvisi e traumatici. Mentre gli agenti delimitavano la scena e i paramedici tentavano di salvare la vita del giovane leader conservatore, i social media già pullulavano di video amatoriali, foto scattate da diverse angolazioni e testimonianze contraddittorie.
Il caos informativo è stato immediato. Alcuni network televisivi nazionali hanno diffuso la notizia che la polizia avesse già arrestato un sospetto: un’informazione rivelatasi falsa poche ore dopo, quando le stesse autorità hanno confermato che i due fermati erano stati rilasciati. Le smentite sono arrivate tardi rispetto alla rapidità con cui il contenuto errato si era diffuso online, alimentando speculazioni e sospetti di insabbiamento.
La viralità dei social ha contribuito ad aggravare la confusione. Su X (ex Twitter), TikTok e Instagram circolavano centinaia di clip, alcune autentiche, altre manipolate o decontestualizzate. In pochi minuti sono apparse teorie non supportate: c’è chi parlava di un complotto interno, chi sosteneva che fossero stati sparati più colpi, chi diffondeva nomi e foto di persone estranee. Questo rumore di fondo ha reso difficile per l’opinione pubblica distinguere i fatti dalle fake news.
In questo scenario, i giornali locali hanno giocato un ruolo essenziale. Testate come il Deseret News hanno fornito aggiornamenti puntuali, riportando esclusivamente le informazioni confermate dalle autorità e dalle conferenze stampa ufficiali. La loro copertura, più prudente rispetto a quella dei grandi network nazionali, ha permesso ai cittadini dello Utah di avere un quadro più preciso. Tuttavia, la loro voce era spesso sommersa dalla potenza virale dei contenuti diffusi senza filtro sulle piattaforme.
L’episodio conferma una dinamica ormai nota: nell’era digitale, la velocità dell’informazione prevale sulla verifica. Gli errori iniziali non solo minano la credibilità dei media, ma contribuiscono a rafforzare la sfiducia dei cittadini e a consolidare la polarizzazione. Nel caso Kirk, l’impatto mediatico è stato duplice: da un lato ha reso l’evento immediatamente globale, dall’altro ha amplificato divisioni e sospetti.
Le conseguenze
La morte di Charlie Kirk non è soltanto un fatto di cronaca nera, ma un evento politico destinato a lasciare segni profondi. Le sue conseguenze si proiettano su più piani: partitico, organizzativo, sociale e culturale.
Sul Partito Repubblicano, la scomparsa di Kirk rappresenta una perdita pesante. In pochi anni era diventato il principale canale di comunicazione tra il movimento conservatore e i giovani elettori. Il suo linguaggio diretto, i podcast quotidiani e gli eventi nei campus lo avevano reso un ponte generazionale in grado di portare nuove leve alla destra. La sua assenza apre un vuoto che il partito dovrà colmare rapidamente, pena il rischio di perdere il contatto con una fascia cruciale dell’elettorato. Non a caso, molti leader repubblicani lo hanno già definito un “martire della causa conservatrice”, tentando di trasformare la tragedia in una leva identitaria.
Per Turning Point USA, la sfida è ancora più immediata. Kirk non era soltanto il fondatore, ma il volto e l’anima del movimento. La sua capacità di attrarre sponsor, organizzare eventi e mantenere coesa la base militante difficilmente potrà essere replicata da altri. L’organizzazione dovrà decidere se puntare su una nuova leadership o se ridefinire la propria missione, cercando di non perdere il radicamento costruito in oltre dieci anni di lavoro nei campus. Alcuni analisti ritengono che la memoria del fondatore possa diventare un collante, trasformando TPUSA in un movimento ancora più identitario. Altri, invece, temono un rapido declino, con il rischio di frammentazione interna.
Sul piano della partecipazione giovanile, l’impatto è ambivalente. Da un lato, l’omicidio potrebbe generare un effetto di mobilitazione: giovani conservatori pronti a impegnarsi in nome del leader caduto, spinti da un sentimento di ingiustizia e desiderosi di difendere le proprie idee. Dall’altro, potrebbe diffondersi un clima di paura, con il rischio che molti studenti rinuncino a partecipare a eventi pubblici per timore di nuovi episodi di violenza. La democrazia americana si gioca qui una partita decisiva: riuscirà a garantire ai giovani la possibilità di esprimersi senza rischiare la vita?
Il dibattito si allarga inevitabilmente alla questione della sicurezza nei campus. Università e associazioni studentesche chiedono protocolli più severi, controlli capillari, metal detector agli ingressi e un maggior coordinamento con le forze dell’ordine. Ma tutto ciò solleva un problema di fondo: fino a che punto è possibile aumentare la sicurezza senza trasformare i campus in spazi blindati, dove il libero confronto perde spontaneità? L’America si trova davanti a un dilemma classico: la libertà di espressione da una parte, la tutela fisica dall’altra. Dopo la tragedia di Orem, trovare un equilibrio appare più urgente che mai.
Reazioni internazionali
La morte di Charlie Kirk ha superato rapidamente i confini americani, attirando l’attenzione dei principali media mondiali e generando reazioni ufficiali da diversi leader.
Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha espresso cordoglio definendo la perdita «tragica», ricordando l’impegno di Kirk a difesa della libertà e del dibattito conservatore. La premier italiana Giorgia Meloni ha parlato di «atroce omicidio, una ferita profonda per la democrazia e per chi crede nella libertà», sottolineando lo shock per l’accaduto.
Anche altre cancellerie europee hanno inviato messaggi di vicinanza agli Stati Uniti, con parole di condanna della violenza e solidarietà alla famiglia di Kirk, pur senza entrare nei dettagli.
Al contrario, media e analisti di Paesi rivali come Russia e Cina hanno usato la vicenda per sottolineare le contraddizioni interne della democrazia americana, descrivendo l’escalation di violenza politica come un segno di fragilità istituzionale. Un uso propagandistico della tragedia che ha alimentato il dibattito sull’immagine internazionale degli Stati Uniti.
L’impatto globale dell’episodio è evidente: agli occhi del mondo, l’America appare divisa e vulnerabile. Un Paese che per decenni si è presentato come faro della democrazia e della libertà, oggi sembra lottare per contenere un fenomeno di radicalizzazione interna che rischia di indebolirne la posizione non solo morale, ma anche geopolitica.
L’assassinio di Charlie Kirk non è soltanto la tragica fine di un giovane leader, ma un evento che riflette lo stato profondo di fragilità della politica americana. Con lui scompare una figura che, nel bene e nel male, aveva saputo mobilitare una generazione, riempiendo un vuoto di rappresentanza nel mondo conservatore. La sua morte durante un incontro universitario mostra quanto la violenza sia ormai penetrata nel cuore stesso degli spazi che dovrebbero essere destinati al confronto e alla formazione delle idee.
Il significato politico e sociale della vicenda è duplice. Da un lato, evidenzia il rischio crescente di un’America dove lo scontro politico si traduce in minaccia fisica, in cui il dissenso non si esprime più solo nelle urne o nei dibattiti, ma anche attraverso le armi. Dall’altro, mette in luce l’urgenza di ritrovare un linguaggio civile, capace di proteggere la pluralità delle opinioni senza trasformare i leader in bersagli.
Gli Stati Uniti si trovano oggi a un bivio. Continuare sulla strada della polarizzazione significa accettare una democrazia più fragile, segnata da paura e diffidenza. Scegliere invece la via del dialogo e della responsabilità condivisa richiede coraggio politico, istituzioni solide e un impegno collettivo che vada oltre gli schieramenti.
La morte di Charlie Kirk resta un monito: senza regole comuni, senza la capacità di considerare l’avversario come un interlocutore e non come un nemico, il rischio è che la politica americana perda non solo i suoi leader, ma anche il senso stesso della convivenza democratica.
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