HomeCulturaMusica & Live ShowClub e resistenza: quando il DJ trasforma la pista in atto politico

Club e resistenza: quando il DJ trasforma la pista in atto politico

Il dancefloor non è solo musica e divertimento: diventa trasgressione e libertà, uno spazio in cui il DJ rompe le regole e crea resistenza

Si pensa che un dancefloor sia solo un posto dove ballare. Ma certe notti diventa molto di più: un atto di libertà, e tutto cambia. Si trasforma in un mondo a parte, con regole sue, dove il suono cambia aspetto e la pista inizia a riecheggiare in maniera diversa. È come varcare una soglia invisibile: una zona di resistenza e di trasgressione temporanea, un luogo dove le regole del fuori smettono di valere e tutto si riscrive.

Non sempre, ma quando succede…

Vi racconto come accade e, per farlo, partirò dall’inizio. Tutti noi andiamo in un club per ballare e divertirci, e la storia quasi sempre finisce qui. Ma, appunto, ho scritto “quasi”. Perché ci sono momenti in cui accade qualcosa di più: la pista diventa un “no” senza parole. Ti basta un groove che non ti molla, un loop che cresce e ti trascina, e tutto cambia. Negli anni ’90 i centri sociali erano luoghi anti-sistema per definizione: lì sapevi già che musica e politica camminavano insieme. I club no, non nascono per quello. Ma a volte, senza preavviso, scatta la scintilla: la pista diventa uno spazio dove l’energia ti travolge, la libertà si respira e sembra quasi di stare in un altro mondo. Anche se molti non ci fanno caso, in quei momenti la serata diventa altro.

Politica senza comizi

La musica politica la conosciamo: da Marvin Gaye a Bob Marley, dal punk al rap. Messaggi chiari, dritti in faccia. Nei club no. Qui la politica è sottile: sta nei dettagli, nei gesti, nelle scelte. È il DJ che decide di non fare la solita cosa, è la pista che diventa altro. Un modo silenzioso ma forte per dire: qui dentro le regole del fuori non valgono. Non è per tutti, e non deve esserlo. Dopotutto, non bisogna dimenticare che ogni nostra azione è un atto politico. Quindi, se pensiamo a un DJ, quale potrebbe essere il suo modo di fare politica?

Quando il DJ rompe le regole

Un DJ fa politica quando manda a quel paese il solito flow, salta la hit sicura e butta giù un suono che spiazza, magari un disco storto, una pausa troppo lunga, un passaggio che non ti aspetti. Non è la traccia in sé: è il coraggio del momento.

Forse, a volte, lo fa senza pensarci, spinto da quella azione politica pura e incontaminata. Magari solo dopo si rende conto di aver aperto un varco, uno spazio dove il tempo gira diverso. È in quei momenti che il dancefloor non rimane più un luogo per tutti: diventa la dimensione di chi si lascia davvero portare altrove.

Piccole isole di libertà

Certe serate underground, queer o transfemministe non cercano la folla né il consenso facile: cercano connessione vera. Lì la libertà si intreccia con la trasgressione, non come provocazione fine a sé stessa, ma come scelta consapevole. È un modo per dire: non vogliamo uniformarci, non vogliamo seguire modelli globali, qui le regole le inventiamo noi. Così il club diventa rifugio, arma, casa. Spazi dove ti senti accolto anche se fuori sei escluso, dove puoi vivere la tua identità senza filtri.

Per una notte sola

Il clubbing non è politico perché esiste un genere o una dichiarazione scritta. Lo diventa quando crea, anche solo per poche ore, uno spazio libero dove tutto il resto non entra. Un DJ, una pista, un pubblico che si capiscono senza parlare. Nessuno firma proclami, ma tutti sanno che lì dentro succede qualcosa che fuori non è possibile. In un mondo che ci spinge ogni giorno a uniformarci, ad avere lo stesso look, a sentire gli stessi brani, la pista underground resta uno dei pochi posti dove la regola è rompere le regole. Significa dire no al suono imposto e sì a un’esperienza irripetibile, che esiste solo qui e ora. Ricordiamoci, dunque, che nei club la trasgressione non è posa, è respiro.

Per rimanere sempre aggiornati sulla Dancefloor e altri temi, segui PDQ Magazine

Nello Nicita
Nello Nicita
Dal 1984 al 2022 ho operato come analista software e programmatore informatico alla Raffineria di Milazzo, gestendo sistemi software in ambienti di media criticità. In parallelo, ho sviluppato una carriera musicale come DJ e producer, attivo sin dal 1978. Precursore della scena house Siciliana, ho pubblicato su label come Purple Music, Rise e UMM, Polidor, collaborando con artisti internazionali. Ho cofondato Phunk Investigation e la label Dabit Records, con un focus su deep/garage/tech su doppio supporto. Oggi opero nel mio SoundFactory Studio, dove innovazione sonora e formazione si incontrano.
ARTICOLI CORRELATI

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui

- Advertisment -

NOVITà

Recent Comments