Socialismo patriottico, negli ultimi anni, la politica italiana sembra muoversi lungo traiettorie sempre più difficili da decifrare con le tradizionali categorie di destra e sinistra. Emergono figure come Marco Rizzo e Roberto Vannacci che, pur provenendo da percorsi ideologicamente opposti, finiscono per condividere un terreno comune: una critica radicale all’Unione Europea, alla globalizzazione, alle élite, ai diritti civili considerati “ideologia”. A fare da collante, in questo strano asse politico, troviamo la Lega di Matteo Salvini, da tempo impegnata a intercettare il malcontento popolare attraverso una miscela di identitarismo nazionale, protezionismo economico e autoritarismo culturale.
C’è chi definisce questo incrocio “socialismo patriottico”, altri lo chiamano “destra sociale”. Io, personalmente, lo guardo con sospetto. Non tanto per le etichette, quanto per ciò che portano con sé: un’idea di società chiusa, omogenea, diffidente verso la differenza e ostile al pluralismo.
Socialismo patriottico: tra critica all’Europa e rischio di derive autoritarie
Marco Rizzo, figura storica del comunismo italiano, ha assunto negli ultimi anni toni che ricordano sempre più quelli di certa destra radicale. Alla sua critica del neoliberismo affianca un netto rifiuto della NATO, dell’UE, dell’immigrazione, delle politiche ambientali e delle battaglie per i diritti LGBTQ+. Il suo è un socialismo che mette al centro la nazione, la sovranità, il “popolo vero” contrapposto a un’élite corrotta e astratta. Ma in questo discorso io non ritrovo nulla del pensiero di sinistra che parla di inclusione, libertà, giustizia e diritti universali. Vedo invece un progetto che seleziona chi ha diritto a essere incluso e chi no. Un’identità rigida, chiusa, in difesa costante da minacce spesso più ideologiche che reali.
Con Vannacci il discorso si radicalizza ulteriormente. La sua retorica è quella di un mondo da raddrizzare, dove l’ordine, la disciplina e la tradizione diventano valori assoluti. Il suo linguaggio è semplice, diretto, ma spesso binario e divisivo. Capisco il disagio che intercetta: la crisi sociale, il senso di smarrimento culturale, la percezione di un cambiamento troppo rapido. Ma le risposte che propone non sono democratiche: sono scorciatoie autoritarie. Quando la “normalità” viene elevata a modello, tutto ciò che si discosta dalla norma rischia di essere marginalizzato, delegittimato, escluso.
Il socialismo patriottico come scorciatoia ideologica nel dibattito italiano
In questo quadro, la Lega appare meno come una forza di guida e più come un contenitore. Ha capito prima di altri che la sinistra ha perso il contatto con i ceti popolari e ha tentato di occupare quello spazio con un messaggio identitario e sovranista. L’avvicinamento a Vannacci e la simpatia verso certe posizioni di Rizzo non sono casuali: indicano la costruzione di un blocco politico che unisce la promessa di protezione sociale a un impianto di ordine morale e autorità statale. Ma in questa visione non c’è spazio per le libertà individuali, per i diritti civili, per il dissenso. Si parla di popolo, ma si finisce per decidere chi ne fa parte e chi no.
Il problema diventa ancora più serio quando si considera il rischio di attrazione verso gruppi estremisti e potenzialmente eversivi. In un clima dove si invoca l’identità, la sovranità e l’“ordine naturale delle cose”, movimenti come CasaPound, Forza Nuova e altri soggetti dell’estrema destra potrebbero sentirsi legittimati a rientrare nel gioco politico, trovando spazi di agibilità e alleanze indirette. Lo stesso rischio esiste, per altri versi, in settori dell’estrema sinistra più antagonista. Quando il discorso pubblico si radicalizza e si riduce a slogan muscolari contro l’“élite” o il “pensiero unico”, questi gruppi — finora ai margini — si sentono incoraggiati. A quel punto, la frittata sarebbe fatta: si normalizzerebbe la presenza di attori che non solo rifiutano il pluralismo democratico, ma lavorano per smantellarlo.
È in questo scenario che il concetto di “socialismo patriottico” si rivela per ciò che è: una scorciatoia ideologica, che sotto la promessa di giustizia sociale e sovranità popolare nasconde un progetto illiberale, costruito su confini rigidi, gerarchie culturali e un’idea statica di normalità. Non è un caso che tutto questo sia accompagnato da toni nostalgici, dal culto dell’autorità, dalla famiglia tradizionale vista come unica forma possibile di comunità. Singolarmente, questi elementi possono anche avere un senso. Ma quando diventano sistema, diventano ideologia. E come ogni ideologia rigida, finiscono per escludere, reprimere, dividere.
Io continuo a credere in una società aperta, pluralista, dove lo Stato garantisce diritti ma non impone identità, dove il conflitto sociale viene affrontato con strumenti democratici e non con soluzioni punitive o moralistiche. Per questo guardo con preoccupazione a queste nuove convergenze tra estremismi, perché quando la libertà viene messa in discussione in nome della protezione, dell’identità o dell’ordine, è sempre la libertà a pagare il prezzo più alto.
