Foto ansa.it
Martina Oppelli, 50 anni, affetta da sclerosi multipla da oltre vent’anni, è morta questa mattina in Svizzera ricorrendo al suicidio medicalmente assistito. La donna triestina, sostenuta dall’Associazione Luca Coscioni, aveva intrapreso da mesi una battaglia per poter accedere legalmente alla procedura in Italia, senza successo.
Il 4 giugno scorso, infatti, Oppelli aveva ricevuto il terzo diniego dall’Azienda sanitaria universitaria giuliano-isontina, che non aveva ritenuto sussistenti le condizioni previste dalla sentenza 242/2019 della Corte Costituzionale – quella che, a determinate condizioni, esclude la punibilità per chi aiuta un malato a porre fine alle proprie sofferenze.
A seguito di questi rifiuti, la donna ha deciso di trasferirsi in Svizzera, dove la normativa consente il ricorso al suicidio assistito, ed è stata accompagnata da Claudio Stellari e Matteo D’Angelo, volontari di Soccorso Civile, associazione impegnata in azioni di disobbedienza civile sul fine vita guidata da Marco Cappato.
Il nodo legislativo e il richiamo alla libertà individuale
Il caso di Martina Oppelli riporta al centro del dibattito pubblico il tema del diritto all’autodeterminazione e della libertà di scelta sul fine vita. In Italia, nonostante la storica sentenza della Consulta e numerose iniziative parlamentari, una legge organica sul suicidio medicalmente assistito non esiste ancora, costringendo molti cittadini in condizioni di sofferenza a rivolgersi a cliniche estere.
Dal mondo liberale e liberista si riaffaccia la richiesta di un intervento legislativo chiaro e rispettoso delle libertà individuali, che consenta a chi soffre di malattie irreversibili di compiere la propria scelta senza dover emigrare per esercitare un diritto riconosciuto in gran parte d’Europa.
L’Associazione Luca Coscioni, che ha seguito da vicino la vicenda di Martina, ha ribadito in una nota: «Non è più accettabile che i cittadini italiani siano costretti a viaggi della disperazione per vedere riconosciuta la loro libertà di decidere sul proprio corpo e sulla propria vita».
