La separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri torna al centro del dibattito pubblico in vista del referendum sulla giustizia del 22 e 23 marzo. In questa intervista, Monica Marchionni, magistrata di Sorveglianza presso il Tribunale di Catania, spiega perché questa riforma rappresenta oggi un passaggio necessario per rafforzare la terzietà del giudice, rendere più chiari i ruoli nel processo penale e consolidare la fiducia dei cittadini nel sistema giudiziario. Secondo Monica Marchionni, distinguere in modo netto tra chi accusa e chi giudica non significa indebolire l’autonomia della magistratura, ma contribuire a rendere il processo più trasparente, comprensibile e coerente con i principi di uno Stato di diritto maturo.
Monica Marchionni: l’intervista
Perché la separazione delle carriere è necessaria oggi?
Perché il processo penale moderno si fonda su tre pilastri: accusa, difesa e giudice. Il giudice deve essere percepito come realmente terzo. Rafforzare questa terzietà significa rafforzare la fiducia dei cittadini nella giustizia.
In che modo la separazione delle carriere rafforza l’imparzialità del giudice?
Semplicemente chiarendo i ruoli. Il pubblico ministero sostiene l’accusa; il giudice decide. Quando queste funzioni sono nettamente distinte, il processo diventa più trasparente e comprensibile per tutti.

I critici parlano di un rischio per l’autonomia della magistratura.
L’autonomia della magistratura è garantita dalla Costituzione e non viene messa in discussione. Separare le carriere non significa indebolire i magistrati, ma rendere più chiaro il loro ruolo nel processo.
Qual è il limite principale dell’attuale sistema?
L’attuale sistema può generare nei cittadini la percezione di una eccessiva vicinanza tra accusa e giudizio. Anche quando questa percezione non corrisponde alla realtà, finisce comunque per indebolire la fiducia nel sistema.
Questa riforma riguarda anche il rapporto tra giustizia e cittadini?
Certamente. La giustizia deve essere non solo imparziale ma anche percepita come tale. La fiducia dei cittadini è la condizione essenziale per il funzionamento dello Stato di diritto.
Che cambiamento culturale richiede alla magistratura?
Richiede di riconoscere con serenità che pubblico ministero e giudice svolgono funzioni diverse. Entrambe fondamentali, ma profondamente distinte.
Ci sono esempi internazionali che confermano questa scelta?
Molti sistemi europei distinguono chiaramente tra chi accusa e chi giudica. Non è una rivoluzione: è una soluzione già presente in molte democrazie occidentali.

Perché la cultura comune della magistratura non basta più?
Perché la cultura giuridica si costruisce nella formazione e nello studio, non nella sovrapposizione dei ruoli processuali.
Il contesto rispetto alla Costituente è cambiato?
Molto. I costituenti operavano in un’Italia che usciva dalla dittatura. Oggi discutiamo come rafforzare l’equilibrio del processo in una democrazia matura.
Perché i costituenti non introdussero la separazione delle carriere?
Perché la loro priorità era garantire l’indipendenza della magistratura dal potere politico. Oggi quella garanzia resta intatta e possiamo discutere come migliorare il sistema processuale e superare le degenerazioni correntizie che negli anni si sono manifestate anche all’interno del CSM.
Cosa accadrebbe se vincesse il Sì?
Si aprirebbe una fase di attuazione della riforma con l’obiettivo di rendere il processo più chiaro e più equilibrato e di rafforzare la reale indipendenza di ogni magistrato, sia verso l’esterno sia verso l’interno.
Il suo messaggio ai cittadini?
La giustizia non è una questione per soli addetti ai lavori. Riguarda tutti. Informatevi, liberatevi dai pregiudizi e dalle narrazioni distorte, e votate responsabilmente con la vostra testa.
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