Una marea umana composta da oltre 4.000 persone ha attraversato oggi il centro di Roma per chiedere libertà, democrazia e diritti umani in Iran, dando vita a una delle manifestazioni più partecipate e politicamente significative degli ultimi anni sul tema. Un corteo lungo, compatto e pacifico, che ha unito cittadini italiani, esponenti della diaspora iraniana, attivisti per i diritti umani e rappresentanti politici, trasformando la Capitale in un palcoscenico internazionale di denuncia contro il regime della Repubblica Islamica dell’Iran.
La manifestazione, organizzata dall’Associazione Italia Iran, dall’Istituto Milton Friedman e da numerose associazioni della diaspora iraniana attive sul territorio nazionale, ha avuto un obiettivo chiaro e dichiarato: sollecitare una presa di posizione netta dell’Italia e dell’Europa contro il regime degli ayatollah e riaffermare il sostegno al popolo iraniano, da anni impegnato in una difficile e sanguinosa battaglia per la libertà.

Il percorso del corteo e la partecipazione
Il corteo è partito nel primo pomeriggio dall’area del Circo Massimo, uno dei luoghi simbolo delle grandi mobilitazioni romane, per poi snodarsi lungo le vie cittadine fino a raggiungere Piramide, dove si sono susseguiti gli interventi dal palco. Fin dalle prime ore era evidente l’ampia partecipazione: famiglie, giovani, anziani, intere comunità iraniane arrivate da diverse regioni italiane e da altri Paesi europei.
Secondo gli organizzatori, le presenze hanno superato quota 4.000, un numero significativo che testimonia come la questione iraniana continui a suscitare attenzione e mobilitazione, nonostante il progressivo affievolirsi dell’attenzione mediatica internazionale. Un dato che assume ancora più rilievo se si considera il carattere tematico e non partitico dell’iniziativa.
Bandiere, slogan e simboli della protesta
In piazza erano presenti numerosi simboli fortemente evocativi. Tra questi, la bandiera imperiale iraniana, utilizzata da una parte dell’opposizione come richiamo a un Iran laico e democratico, affiancata dalle bandiere di Israele, Stati Uniti, Venezuela e di altri Paesi percepiti come alleati nella lotta contro i regimi autoritari e contro il terrorismo internazionale.
Gli slogan scanditi dai manifestanti hanno alternato richieste di libertà e democrazia a cori più esplicitamente politici. Tra i più ripetuti, “Javid Shah”, invocazione che significa “Viva lo Shah”, con cui molti partecipanti hanno espresso il loro sostegno al Principe Reza Pahlavi, indicato come possibile figura di riferimento per una futura transizione democratica dell’Iran. Una posizione che riflette il dibattito interno all’opposizione iraniana, divisa tra diverse visioni sul futuro assetto istituzionale del Paese, ma unita nella richiesta di superamento dell’attuale regime teocratico.

La richiesta centrale: chiudere l’ambasciata iraniana
Il fulcro politico della manifestazione è stato l’appello rivolto al Governo italiano e in particolare alla Presidente del Consiglio Giorgia Meloni affinché l’Italia compia un gesto politico forte: la chiusura dell’Ambasciata della Repubblica Islamica dell’Iran a Roma. Secondo i promotori, tale decisione rappresenterebbe una presa di distanza chiara da un regime ritenuto responsabile di gravi e sistematiche violazioni dei diritti umani.
Dal palco è stato più volte ricordato come la Repubblica Islamica venga accusata da organizzazioni internazionali di essere coinvolta in torture, arresti arbitrari, repressione violenta delle proteste, esecuzioni capitali e persecuzioni nei confronti di donne, minoranze etniche, religiose e oppositori politici. In questo contesto, la presenza di una rappresentanza diplomatica nel cuore di una capitale europea viene definita “politicamente e moralmente inaccettabile”.
Le testimonianze dirette: il volto umano della repressione
Particolarmente toccante è stata la testimonianza di una sorella di una vittima del regime, che ha raccontato pubblicamente le torture subite dal fratello prima della sua uccisione. Un intervento accolto da un lungo silenzio e da un applauso commosso, che ha trasformato la piazza in un luogo di memoria e denuncia.
Le associazioni promotrici hanno voluto dare spazio alle voci delle famiglie colpite, sottolineando come dietro i numeri delle vittime – spesso citati nei rapporti internazionali – si nascondano storie personali di dolore, lutto e ingiustizia. La presenza di queste testimonianze ha rafforzato il carattere umano della manifestazione, andando oltre la dimensione puramente politica.
Gli interventi istituzionali e politici
Tra gli interventi più rilevanti, quello dell’On. Souad Sbai, responsabile immigrazione della Lega, che ha sottolineato come una mobilitazione di tale portata “non si vedeva da anni” sul tema iraniano. Sbai ha criticato apertamente l’assenza in piazza di una parte della sinistra italiana, accusata di mantenere un silenzio che appare in contraddizione con le dichiarazioni di principio sui diritti delle donne e delle minoranze.
A prendere la parola anche l’attivista per i diritti umani Francesca Pascale, che ha espresso piena solidarietà al popolo iraniano, definendolo un esempio di coraggio e di resistenza civile. Pascale ha ribadito l’importanza di non abbassare la guardia e di continuare a esercitare pressione politica affinché la comunità internazionale non normalizzi i rapporti con un regime autoritario.

Il collegamento con altre lotte per la libertà
Un respiro internazionale alla manifestazione è stato dato dall’intervento di Maria Claudia López, rappresentante della Premio Nobel venezuelana María Corina Machado, che ha evidenziato i punti di contatto tra la lotta del popolo venezuelano e quella del popolo iraniano. Entrambe, ha sottolineato, sono battaglie contro sistemi di potere che reprimono il dissenso e soffocano le libertà fondamentali.
López ha ricordato il recente incontro negli Stati Uniti tra María Corina Machado e il Principe Reza Pahlavi, interpretato come un segnale di una crescente rete internazionale di opposizione ai regimi autoritari.
Il ruolo dell’Europa e dell’Italia
Nel corso degli interventi è stato più volte richiamato il ruolo dell’Europa e dell’Italia nello scenario internazionale. Alessandro Bertoldi, direttore esecutivo dell’Istituto Milton Friedman, ha ricordato come le Guardie della Rivoluzione iraniane siano oggi considerate un’organizzazione terroristica e come la battaglia del popolo iraniano non riguardi solo il Medio Oriente, ma la difesa dei valori democratici condivisi dall’Occidente.
Secondo Bertoldi e altri relatori, l’Italia ha il dovere morale e politico di schierarsi senza ambiguità al fianco di chi lotta per la libertà, traducendo le dichiarazioni di principio in scelte concrete di politica estera.
Un messaggio che guarda al futuro
La manifestazione di Roma si è conclusa con un messaggio chiaro e condiviso: il popolo iraniano non ha paura. Nonostante la repressione, le proteste continuano all’interno del Paese e la diaspora mantiene alta l’attenzione internazionale. Gli organizzatori hanno parlato di segnali di crescente instabilità del regime e di una possibile fase di transizione, indicando nel Principe Reza Pahlavi una figura pronta a guidare un processo democratico.
Roma, per un giorno, è diventata il luogo simbolico di questa speranza, l’eco europea di una battaglia che si combatte soprattutto dentro i confini iraniani ma che riguarda, secondo i manifestanti, la coscienza democratica dell’intera comunità internazionale.
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