Il 24 gennaio 1979 non è una data come le altre nella storia della Repubblica. È uno spartiacque, un punto di non ritorno nel lungo e doloroso confronto tra lo Stato democratico e il terrorismo politico. Quel giorno, a Genova, le Brigate Rosse uccisero Guido Rossa, operaio dell’Italsider, sindacalista della CGIL, militante comunista. Ma con lui colpirono qualcosa di più profondo: l’illusione che la violenza armata potesse parlare a nome del mondo del lavoro.
Quella mattina la città si svegliò immersa in un silenzio anomalo, quasi sospeso. Nei quartieri operai, nei vicoli del centro storico, lungo le strade che portavano alle fabbriche, la notizia si diffuse rapidamente, lasciando dietro di sé incredulità e sgomento. Non era solo l’ennesimo omicidio degli anni di piombo. Era la percezione diffusa che una soglia fosse stata superata, che un argine morale fosse definitivamente crollato.
L’Italia degli anni di piombo e la fabbrica come frontiera
Alla fine degli anni Settanta l’Italia viveva uno dei momenti più drammatici della sua storia repubblicana. Il terrorismo rosso e nero, le tensioni sociali, la crisi economica e l’instabilità politica avevano trasformato la violenza in un elemento quasi quotidiano. Le fabbriche, in particolare, erano diventate uno dei principali terreni di scontro: luoghi di lavoro, ma anche spazi di politicizzazione estrema, dove le Brigate Rosse cercavano consenso, protezione e reclutamento.
Genova, città industriale e portuale, rappresentava uno dei cuori di quel conflitto. L’Italsider di Cornigliano era molto più di uno stabilimento siderurgico: era un microcosmo sociale, un laboratorio politico, un luogo in cui si intrecciavano diritti, rivendicazioni, paure e speranze. È lì che la figura di Guido Rossa assume un significato che va ben oltre la sua biografia personale.

Guido Rossa: un uomo normale in un tempo straordinario
Guido Rossa non era un leader carismatico né un personaggio pubblico. Era un tecnico specializzato, un lavoratore stimato, un sindacalista che credeva profondamente nel ruolo della rappresentanza collettiva. La sua vita era scandita dai turni di fabbrica, dall’impegno nella CGIL, da una militanza politica vissuta senza clamore ma con rigore.
Chi lo ha conosciuto parla di un uomo schivo, coerente, allergico alle semplificazioni ideologiche. Per lui il comunismo non era la giustificazione della violenza, ma la difesa dei lavoratori dentro le regole democratiche. Proprio per questo guardava con crescente preoccupazione alla presenza delle Brigate Rosse in fabbrica, alla loro propaganda, al clima di intimidazione che lentamente si diffondeva tra gli operai.
La denuncia che ruppe il silenzio
Nel 1978 Guido Rossa compì un gesto che, in quel contesto, apparve a molti quasi impensabile. Denunciò Francesco Berardi, un collega che diffondeva materiale brigatista all’interno dell’Italsider. Non fu una scelta impulsiva. Fu una decisione ponderata, sofferta, presa nella piena consapevolezza dei rischi personali.
In quegli anni, nelle fabbriche, il silenzio era spesso scambiato per prudenza. Denunciare significava esporsi, essere isolati, diventare un bersaglio. Ma per Rossa non esisteva alternativa: tollerare la presenza del terrorismo equivaleva a legittimarlo. La democrazia, sosteneva, non può essere difesa “a metà”, né subordinata alla paura.
L’omicidio del 24 gennaio 1979
All’alba del 24 gennaio 1979, mentre si apprestava a recarsi al lavoro, Guido Rossa fu raggiunto da un commando delle Brigate Rosse sotto casa, nel quartiere di Oregina. Era seduto nella sua Fiat 850, un’auto modesta, simbolo di una vita semplice. I terroristi spararono a distanza ravvicinata, uccidendolo.
L’obiettivo era chiaro: colpire un esempio, lanciare un messaggio intimidatorio al mondo operaio. Ma quell’omicidio si trasformò in un boomerang politico e morale per le Brigate Rosse. Per la prima volta, in modo inequivocabile, il terrorismo apparve come ciò che realmente era: un nemico dei lavoratori, non un loro alleato.

La reazione di Genova e del Paese
La risposta della città fu immediata e corale. I funerali di Guido Rossa, celebrati in Piazza De Ferrari, sotto una pioggia battente, furono una delle più imponenti manifestazioni civili della storia genovese. Decine di migliaia di persone riempirono la piazza: operai, studenti, sindacalisti, rappresentanti delle istituzioni, cittadini comuni.
Non fu una cerimonia rituale, ma una dichiarazione politica nel senso più alto del termine. Genova scelse apertamente la Repubblica, la Costituzione, lo Stato di diritto. Scelse di rompere ogni ambiguità nei confronti della violenza politica. Quel giorno, il terrorismo perse definitivamente la sua pretesa di parlare a nome del popolo.
Uno spartiacque nella lotta al terrorismo
Storici, magistrati e studiosi concordano su un punto: l’omicidio di Guido Rossa segnò una svolta decisiva negli anni di piombo. Dopo il 24 gennaio 1979, il consenso sociale attorno alle Brigate Rosse iniziò a sgretolarsi rapidamente, soprattutto nelle fabbriche, che fino ad allora erano state uno dei loro principali bacini di riferimento.
Il sacrificio di Rossa contribuì a rafforzare una consapevolezza fondamentale: non esiste giustizia sociale senza democrazia, e non esiste emancipazione possibile attraverso la violenza armata. Da quel momento, la distanza tra movimento operaio e terrorismo divenne irreversibile.
Una lezione civile che parla ancora all’Italia
A oltre quarant’anni di distanza, la figura di Guido Rossa continua a interrogare il presente. In un’epoca segnata da sfiducia nelle istituzioni, radicalizzazioni verbali e tentazioni autoritarie, la sua storia ci ricorda che la democrazia non è un’eredità garantita, ma una conquista quotidiana.
Guido Rossa non cercò il martirio, né l’eroismo. Fece una scelta di responsabilità, avendo come unico riferimento la dignità del lavoro e il rispetto delle regole democratiche. È per questo che il suo nome resta inciso nella storia della Repubblica: non come simbolo astratto, ma come esempio concreto di coraggio civile.
Il 24 gennaio 1979 l’Italia perse un uomo giusto. Ma da quel sacrificio nacque una chiarezza nuova, che contribuì a salvare la democrazia nei suoi anni più bui.
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