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Addio a James Senese, il sax che ha dato voce all’anima di Napoli

Il musicista napoletano, tra i padri del jazz mediterraneo, ha attraversato oltre mezzo secolo di storia culturale dando voce alle periferie e alla loro identità musicale

Si è spento a 80 anni James Senese, figura centrale del jazz mediterraneo e tra i protagonisti più longevi e influenti della scena partenopea. Il musicista era ricoverato a Napoli: con lui scompare una delle voci più riconoscibili della città, capace di trasformare il sax in racconto civile e identitario.

James Senese mentre suona il sax durante un’esibizione dal vivo

James Senese: le radici e l’identità di un musicista tra due mondi

Napoli perde uno dei suoi interpreti più profondi. James Senese, sassofonista e compositore tra i padri della musica napoletana moderna, è morto a 80 anni. La sua carriera attraversa oltre cinque decenni di storia culturale, fra sperimentazione e radici popolari, e ha lasciato una traccia indelebile nel panorama nazionale.

Nato nel 1945 da madre napoletana e padre afroamericano, Senese aveva sempre raccontato di essersi sentito «tra due mondi», trasformando quella condizione in forza creativa. Dalle prime esperienze con gli Showmen, alla stagione seminale di Napoli Centrale, la sua musica ha aperto una via nuova al dialogo tra jazz, funk e dialetto, dando dignità internazionale alle periferie e alla loro voce.

James Senese mentre suona il sax durante un’esibizione dal vivo

Fra gli anni Settanta e Ottanta – mentre la città cambiava volto attraverso contraddizioni sociali e culturalissime correnti artistiche – Senese divenne un punto di riferimento per un’intera generazione di musicisti. Fondamentale anche il lungo sodalizio con Pino Daniele, alle origini di un suono partenopeo esportato ben oltre i confini locali.

James Senese mentre suona il sax durante un’esibizione dal vivo

Negli anni successivi ha continuato a esibirsi dal vivo con intensità costante, difendendo un’idea di musica come atto civile prima ancora che estetico. Premi e riconoscimenti non gli sono mancati: tra gli ultimi, la Targa Tenco per il miglior album in dialetto, ottenuta nel 2016 con “‘O sanghe”, prova della sua coerenza artistica e della sua vitalità creativa anche in età matura.

Con la sua scomparsa, Napoli perde un testimone diretto di una stagione irripetibile, ma anche un musicista capace di restare contemporaneo senza inseguire mode né nostalgia. L’eredità che lascia è quella di un linguaggio sonoro nato per strada e trasferito sui palchi con autorevolezza e autenticità, capace di parlare a pubblici diversi e generazioni lontane.

Immagini dal web

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