Non è soltanto un premio, ma un segnale: My Daughter’s Hair è il film che più di ogni altro ha incarnato lo spirito dell’edizione 2025 di Alice nella Città. La sala, le luci soffuse, il silenzio pieno di attesa prima della proiezione: è in questo clima che l’opera di Hesam Farahmand ha messo radici, trovando un pubblico pronto ad accoglierla. Lontano dai toni rumorosi dell’intrattenimento rapido, il film sceglie un ritmo lento e necessario, dove lo sguardo diventa strumento di comprensione più della parola.

Al centro, l’interpretazione intensa di Shahab Hosseini, che porta in scena un personaggio scavato dall’interno, fragile e dignitoso. È un cinema che parla con sottrazione, che non esibisce, ma lascia emergere: «l’amore come forza che resiste, ma non senza rinunce», recita una delle motivazioni lette in chiusura di cerimonia.

Le altre opere premiate: una mappa della nuova sensibilità
L’orizzonte che emerge dagli altri riconoscimenti è coerente: narrazioni che crescono dal margine e non dal centro, capaci di leggere il presente senza didascalie.
La menzione speciale a La piccola Amélie premia il coraggio di un film che sceglie la delicatezza come postura politica: uno sguardo che attraversa le generazioni senza sentimentalismi.
Il premio per la miglior opera prima a Anemone di Ronan Day-Lewis segnala invece una traiettoria autoriale già nitida: una regia che unisce visione e controllo, fedele a un immaginario che non teme l’immersione.
Il pubblico italiano consolida la sua voce premiando Massimiliano Bruno, mentre il riconoscimento RB Casting ad Adalgisia Manfrida testimonia l’attenzione del festival verso i talenti che non si limitano all’efficacia scenica, ma portano in dote una personalità interpretativa.
Tra i corti internazionali vince Rage, opera di due giovanissimi registi che «mostrano una sorprendente coscienza di linguaggio» — una frase che sintetizza il sentimento dell’intera rassegna: non basta raccontare, occorre saper guardare.
Alice nella Città come ecosistema culturale
La forza di questa sezione parallela non sta nella semplice selezione dei film, ma nel modo in cui li fa vivere: come tasselli di una linea editoriale riconoscibile, dove il cinema è ancora esperienza, non solo contenuto. Alice nella Città ha costruito negli anni un habitat raro: un luogo dove i giovani spettatori non sono pubblico da intrattenere, ma interlocutori legittimi di un discorso culturale.
Qui il cinema non viene celebrato perché giovane, ma perché necessario. È un laboratorio permanente in cui il gesto autoriale trova un contesto di ascolto, e dove le opere non si consumano: maturano.

Il domani che si intravede
Il successo di My Daughter’s Hair non è dunque un fatto isolato, ma un indicatore: il cinema che torna a pesare è quello che non semplifica la realtà, ma la attraversa. Alice nella Città si conferma così un presidio di prospettiva, un luogo capace di anticipare le traiettorie future più di quanto facciano i festival maggiori.
Se il domani del cinema dipenderà dalla sua capacità di restare umano, profondo e in ascolto, questo festival — più di molti altri — sta indicando la strada. Non una parentesi nella Festa del Cinema di Roma, ma un suo orizzonte possibile.
Immagini dal web
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