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Intervista a Renato Loiero: riforma fiscale, Patto UE e sfide economiche italiane

Dal Patto UE alla riforma fiscale: la visione di Renato Loiero su come cambieranno bilancio, fisco e debito pubblico in Italia

Nell’architettura economica italiana, Renato Loiero è una figura di primo piano. Consigliere per le politiche di bilancio della Presidenza del Consiglio e membro del comitato tecnico per la riforma tributaria, segue da vicino il dibattito su Renato Loiero riforma fiscale e Patto di Stabilità, analizzando il loro impatto sul futuro del Paese. In questa intervista esclusiva, ci accompagna tra le priorità della Legge di Bilancio, la nuova governance europea e le strategie per gestire il debito pubblico in un contesto internazionale in continua evoluzione.

Consigliere Renato Loiero, la revisione del Patto di Stabilità è al centro del dibattito europeo. Come cambia lo scenario per l’Italia?

Il nuovo quadro normativo europeo di governance economica, definito nel 2024, ridefinisce profondamente le regole del Patto di stabilità e crescita, attraverso tre nuovi atti legislativi: il regolamento sul “braccio preventivo”, quello sul “braccio correttivo” e una direttiva sui quadri di bilancio nazionali. Il focus centrale è il passaggio a una programmazione di bilancio fondata sulla spesa primaria netta e sulla sostenibilità del debito.

Il “braccio preventivo” introduce i Piani strutturali di bilancio di medio termine, con orizzonte fisso di 4-5 anni, impostati sulla traiettoria di spesa netta definita con la Commissione UE. Questa deve garantire un percorso plausibile di riduzione del debito e disavanzo sotto il 3%. Sono previste clausole di flessibilità sia generali (crisi UE/Eurozona), sia nazionali (eventi eccezionali). La Commissione valuterà ogni anno il rispetto degli impegni tramite un “conto di controllo” che misura gli scostamenti rispetto al piano.

Il “braccio correttivo” mantiene la soglia del 3% per il deficit, ma con maggiori margini di flessibilità. Se uno Stato eccede il limite, deve garantire una riduzione del saldo strutturale di almeno lo 0,5% del PIL annuo. Il debito sarà monitorato indirettamente, attraverso la spesa netta.

La nuova direttiva europea sui quadri di bilancio estende l’obbligo per tutti gli Stati membri di dotarsi di istituzioni di bilancio indipendenti e rafforza l’orientamento alla programmazione pluriennale, imponendo l’adozione di regole coerenti con il Fiscal Compact.

Per l’Italia, la riforma europea impone una profonda revisione della legislazione nazionale. Non ritengo necessario modificare la Costituzione, ma occorre adeguare le leggi n. 243/2012 e n. 196/2009, nonché i Regolamenti parlamentari. Serve integrare i nuovi strumenti (come il Piano strutturale e la Relazione annuale sui progressi) nel ciclo di bilancio interno, rivedere la definizione degli eventi eccezionali e assicurare che le autonomie territoriali contribuiscano al rispetto dei vincoli.

Va sottolineata l’importanza di rafforzare gli strumenti di valutazione e monitoraggio della spesa pubblica, per garantire il rispetto del vincolo sulla spesa netta e migliorare l’efficacia delle politiche pubbliche.

Il debito pubblico italiano resta tra i più alti in Europa. Quali sono gli strumenti più efficaci per ridurne il peso senza compromettere la crescita?

Un debito pubblico elevato in rapporto al Pil espone lo Stato a diversi pericoli. Una crisi di fiducia può manifestarsi in qualsiasi momento e ne abbiamo visto gli effetti nel passato quando gli investitori iniziano a temere che in un futuro più o meno prossimo lo Stato non sia in grado di far fronte alle proprie obbligazioni. Per questi motivi, e non solo per onorare gli impegni europei, occorre perseguire una graduale riduzione del rapporto del debito sul PIL.

Analizzando gli episodi di riduzione del debito pubblico avvenuti nelle economie avanzate dopo la Seconda guerra mondiale emergono quattro approcci principali che hanno avuto successo. Primo, un’inflazione alta ed inattesa erose una percentuale significativa del debito pubblico nell’immediato dopoguerra. Secondo, durante l’era di Bretton Woods, un mix di repressione finanziaria, crescita economica sostenuta ed inflazione moderata aiutarono a ridurre il debito pubblico. Terzo, dagli anni ’80 molte economie avanzate perseguirono politiche di aggiustamento fiscale che si possono definire “ortodosse”, ovvero migliorarono il loro saldo primario riducendo le spese e/o aumentando le tasse. Il quarto approccio, la ristrutturazione del debito, è stato attuato solo in un caso, in Grecia nel 2011-12.

Dalle analisi emerge un risultato chiave: la riduzione del debito pubblico non è mai stata conseguita attraverso politiche fiscali espansive (riducendo le tasse o aumentando la spesa), con la speranza che questo avrebbe messo in moto una crescita economica sufficientemente forte da determinare una riduzione del debito pubblico (il cosiddetto “approccio del denominatore”).

Le evidenze empiriche suggeriscono che, nelle condizioni attuali, un avanzo primario sufficientemente ampio è l’unica opzione praticabile per ridurre il rapporto debito pubblico/PIL ed é quello che si sta facendo, senza una terapia d’urto eccessivamente depressiva. Il deficit del 2025 é previsto in netto calo rispetto al 2024. Con il DFP di aprile scorso il quadro di finanza pubblica conferma sostanzialmente quanto previsto nel Piano strutturale di bilancio di medio termine 2025-2029 dello scorso autunno. I dati di consuntivo per il 2024 hanno mostrato un deficit in miglioramento, ancor più marcato rispetto a quanto previsto nel Piano e nel DEF, che si è attestato al 3,4 per cento del PIL (anziché al 3,8 per cento previsto nel PSBMT e al 4,3 per cento nel DEF).

Per l’orizzonte di previsione del documento, si conferma il profilo di deficit previsto dal Piano. In particolare, il deficit del 2025 è ancora previsto al 3,3 per cento del PIL. Per quanto riguarda il 2026, le previsioni confermano la stima del 2,8 per cento, coerente con l’obiettivo di uscire dalla Procedura per disavanzo eccessivo. Nel 2027 si prevede un’ulteriore riduzione al 2,6 per cento, per poi chiudere al 2,3 nel 2028. Con riferimento al rapporto debito/PIL, nel periodo oggetto del DFP, si prevede un andamento leggermente più basso di quello indicato nel Piano, con differenze che tendono ad azzerarsi nel corso del periodo stesso. Questa é la strada tracciata e i risultati in termini di riduzione dello spread Btp/bund dimostrano che questa strategia sta dando i suoi frutti.

La politica fiscale è spesso al centro del confronto politico. Cosa pensa delle ipotesi di riforma fiscale attualmente in discussione?

La pressione fiscale effettiva non si è ancora ridotta in modo percepibile, ma non è stato per mancanza di iniziativa politica. Il decreto 1° maggio 2024 ha introdotto la più ampia riduzione del cuneo contributivo degli ultimi anni, intervenendo sui redditi da lavoro dipendente più bassi. Inoltre, è partito il primo modulo di riforma dell’Irpef, con l’accorpamento dei primi due scaglioni. L’obiettivo resta quello di una riduzione graduale e compatibile con gli equilibri di finanza pubblica. Non è questione solo di volontà, ma di compatibilità: ogni intervento fiscale ha effetti strutturali che vanno valutati nel tempo.

Per ridurre realisticamente le tasse senza mettere a rischio i conti, in sintesi, ci sono quattro opzioni. La prima è redistribuire il carico fiscale: ridurre alcune imposte aumentandone altre. È quanto è stato fatto negli ultimi due anni. La seconda è aumentare il debito, ma questa strada ha limiti precisi, fissati anche a livello europeo. La terza è la più complessa: ridurre la spesa pubblica, in particolare quella improduttiva. È difficile, ma non impossibile. E il governo sta lavorando per rendere più efficace la spending review accentrandone nel Mef il coordinamento. La quarta opzione – e la più auspicabile – è generare più crescita. Solo un’economia che produce di più può consentire e reggere nel tempo una pressione fiscale più leggera.

La riforma complessiva dell’ordinamento fiscale é in una fase avanzata. Il processo di riforma ha già prodotto un numero record di decreti legislativi. Tra la fine del 2025 e l’inizio del 2026 arriveremo al completamento del riordino. E per la prima volta doteremo il nostro ordinamento di un Codice unitario della normativa tributaria. Non è un dettaglio: oggi il sistema è frammentato, stratificato, spesso incoerente. Riordinarlo significa rendere il fisco più trasparente, prevedibile e accessibile.

Consigliere Renato Loiero, l’Italia si avvicina alla Legge di Bilancio. Quali saranno, secondo lei, le priorità economiche per il prossimo anno?

Dare una risposta oggi è prematuro. Nei prossimi anni dovremo affrontare le conseguenze del nuovo disordine globale, intendendosi con ciò il fatto l’analisi classica deve cedere il passo ai sempre più importanti fattori politici. Fino a pochi decenni fa, segnatamente prima dell’ingresso della Cina nel WTO, una sorta di “evento spartiacque”, la cornice metodologica vedeva infatti confrontarsi democrazie a capitalismo di mercato, tendenzialmente liberiste, o quantomeno senza nette pregiudiziali verso pratiche di offshoring, con l’economia USA che fungeva da leader, il dollaro quasi unica valuta degli scambi internazionali e con il G7 come quasi unico forum di coordinamento internazionale.

Ora quel paradigma appare spesso stravolto: prevalgono le autocrazie, a capitalismo di stato, il protezionismo e il near o friendshoring. All’unico forum G7 si è sostituito spesso il G20 che a sua volta soffre la “concorrenza” dei paesi BRICS, la Cina è un interlocutore sempre più autorevole per molte economie in molti scenari e il ruolo del dollaro viene messo in discussione. In sintesi, siamo passati dal multilateralismo che coglieva le opportunità della globalizzazione ad un unilateralismo a geometria variabile nel quale i fattori politici prevalgono sempre più spesso sui paradigmi dell’economia liberale. Piaccia o meno, questo nuovo contesto è evidentemente più incerto, più pericoloso, più complesso ed in esso una leadership autorevole e stabile non può che fare bene all’Italia. In questo contesto, il nostro ritrovato ruolo internazionale, compresi i rapporti con gli USA, non si sostanzia solo in iniziative bilaterali ma in azioni che maturano in coerenza con la politica unionale. All’interno dell’UE, chiunque ha buone relazioni con gli USA fa bene ad usarle per difendere gli interessi unionali. È esattamente la logica alla base dell’incontro che il Presidente Meloni ha avuto con Trump, ferma restando ovviamente la competenza esclusiva della UE in tema di politica commerciale.

Ringraziamo il Consigliere Renato Loiero per la disponibilità e la chiarezza con cui ha condiviso la sua visione su temi strategici per il futuro del Paese. La sua esperienza nelle istituzioni e il ruolo che ricopre oggi offrono un contributo prezioso al dibattito sulla riforma fiscale e, più in generale, sulle politiche economiche, ambiti in cui Renato Loiero rappresenta una voce autorevole, aiutando a comprendere meglio le scelte e le sfide che attendono l’Italia nei prossimi anni.

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Ninni Petrella
Ninni Petrella
Ninni Petrella è attivista, promotore culturale, da anni impegnato in iniziative che promuovono la partecipazione civica, la formazione e lo sviluppo sostenibile dei territori. Originario di Milazzo, ha fondato nel 2023 il Movimento Politico Partiamo da Qui, con l’obiettivo di avvicinare soprattutto le nuove generazioni alla politica attiva e alla cittadinanza consapevole. È stato ufficiale di complemento nella Guardia di Finanza e collabora attivamente con realtà associative e istituzionali su progetti dedicati alla legalità, all’inclusione sociale e alla promozione della cultura come motore di crescita collettiva. È membro dell’Istituto Milton Friedman, impegnato nella diffusione dei principi della libertà economica e della responsabilità individuale. È laureato in Giurisprudenza, ha conseguito una laurea magistrale in Psicologia del Lavoro e delle Comunicazioni e un master in Diritto dell’Informatica. È inoltre abilitato alla professione forense.
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