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Sentirsi abbandonati quando non lo si è: comprendere la solitudine emotiva

Dalle richieste di rassicurazione alle esperienze del passato: perché anche una relazione stabile può essere vissuta attraverso la paura e come imparare a riconoscere ciò che accade davvero

Ci sono persone che, pur avendo accanto qualcuno che le ama, si sentono profondamente sole. Hanno una relazione, una famiglia, amici con cui condividere la quotidianità e persone realmente interessate al loro benessere, eppure dentro di loro rimane una sensazione difficile da spiegare: quella di essere distanti dagli altri, di non essere abbastanza importanti o, peggio ancora, di poter essere lasciate da un momento all’altro.

È una contraddizione solo apparente. Perché la solitudine non dipende esclusivamente dal numero di persone che abbiamo intorno. Esiste una solitudine che riguarda la presenza fisica e un’altra, molto più sottile, che riguarda il modo in cui ci sentiamo all’interno delle relazioni. Si può essere circondati da persone e non sentirsi davvero visti, ascoltati o compresi. Allo stesso modo, si può trascorrere del tempo da soli senza provare alcun particolare disagio.

Comprendere questa differenza è il primo passo per capire che cosa accade quando ci si sente abbandonati anche se, concretamente, nessuno ci sta abbandonando.

Quando la paura prende il posto dei fatti

Una delle esperienze più frequenti è quella della paura dell’abbandono. Può comparire anche in situazioni apparentemente banali: un messaggio che non arriva, una telefonata rimandata, una serata trascorsa separatamente, un tono di voce diverso dal solito. Eventi normali nella vita di qualsiasi relazione possono improvvisamente assumere un significato molto più grande.

La persona non pensa semplicemente che l’altro sia impegnato. Può iniziare a chiedersi se qualcosa sia cambiato, se l’affetto sia diminuito, se ci sia un problema nella relazione. In alcuni casi il pensiero arriva ancora più lontano: «Forse non mi ama più», «Si sta allontanando», «Prima o poi mi lascerà».

Il sentimento, in quel momento, è autentico. La paura è reale, anche se ciò che la paura racconta potrebbe non esserlo.

È proprio qui che diventa importante distinguere tra emozione e realtà. Sentirsi abbandonati non significa necessariamente essere stati abbandonati. Un’emozione può essere intensa e persino travolgente senza costituire una prova di ciò che sta accadendo all’esterno.

Questa distinzione non serve a sminuire la sofferenza. Al contrario, permette di prenderla sul serio senza lasciare che sia la paura a stabilire da sola quale sia la realtà.

Il bisogno di rassicurazione può diventare un circolo difficile da interrompere

Quando una persona teme di perdere qualcuno, è naturale cercare rassicurazioni. Si vuole sapere che il rapporto è stabile, che l’altro prova ancora gli stessi sentimenti, che non è successo nulla.

Una risposta affettuosa può essere sufficiente a far diminuire momentaneamente l’ansia. Ma, se alla base esiste una profonda insicurezza, il sollievo può durare poco. Dopo qualche ora o qualche giorno può comparire un nuovo dubbio, seguito da una nuova richiesta di conferma.

Si instaura così un meccanismo molto semplice da descrivere e molto più difficile da vivere: la paura porta a cercare rassicurazione, la rassicurazione riduce temporaneamente la paura, ma non elimina la convinzione che qualcosa possa andare storto. Alla prima nuova distanza, il timore ritorna.

È un meccanismo che può avere conseguenze anche sulla relazione. Chi vive questa paura può iniziare a controllare maggiormente i comportamenti dell’altro, cercare segnali, chiedere spiegazioni oppure avere bisogno di una presenza costante. Non necessariamente perché voglia controllare o manipolare, ma perché sta cercando disperatamente di recuperare una sensazione di sicurezza.

L’attaccamento può influenzare il modo in cui viviamo la distanza

In alcune persone questa sensibilità è collegata a caratteristiche di attaccamento ansioso. Quando il legame con una persona importante viene percepito come incerto, anche una piccola distanza può provocare una reazione emotiva molto intensa.

Non significa essere semplicemente «troppo bisognosi». Il bisogno di vicinanza e di rassicurazione fa parte delle relazioni umane. La difficoltà nasce quando la sicurezza personale finisce per dipendere quasi completamente dalla disponibilità dell’altra persona.

In questi casi, un momento di distanza non viene vissuto come una normale oscillazione della quotidianità, ma come un possibile segnale di perdita. E più è forte la paura di perdere qualcuno, più diventa difficile tollerare l’incertezza.

Imparare a convivere con questa incertezza è quindi una parte importante del percorso: non significa diventare freddi o distaccati, ma riuscire a comprendere che una persona può amarci anche quando non è disponibile in ogni momento.

Le esperienze del passato possono continuare a parlare nel presente

Per capire perché una situazione apparentemente innocua possa provocare una reazione così forte, è spesso necessario guardare anche alla storia personale.

Le esperienze vissute nelle relazioni possono contribuire a costruire aspettative su ciò che accadrà in futuro. Chi ha conosciuto rifiuto, perdita, instabilità o relazioni imprevedibili può sviluppare, anche senza rendersene pienamente conto, l’idea che i legami siano destinati a finire.

È come se dentro di sé rimanesse una convinzione silenziosa: «Le persone che amo, prima o poi, se ne vanno».

Quando questa convinzione viene attivata, la mente può iniziare a cercare conferme. Un gesto affettuoso viene considerato normale, mentre una piccola distanza acquista un’importanza enorme. Il risultato è che una relazione anche stabile può essere osservata attraverso una lente dominata dalla paura.

Non significa che il passato determini inevitabilmente il presente. Significa, piuttosto, che alcune esperienze possono influenzare il modo in cui interpretiamo ciò che ci accade oggi.

Essere insieme non significa necessariamente sentirsi vicini

C’è poi una forma di solitudine ancora diversa, che non nasce tanto dalla paura di essere lasciati quanto dalla sensazione di non essere veramente connessi agli altri.

È la situazione di chi pensa: «È qui, ma non mi sente davvero». Oppure: «Ho qualcuno accanto, ma non riesco a sentirmi veramente vicino a lui».

È possibile condividere una casa, una routine, progetti e responsabilità e, allo stesso tempo, vivere una distanza emotiva profonda. In questi casi la presenza dell’altro non basta a colmare il vuoto, perché ciò che viene cercato non è semplicemente compagnia, ma comprensione.

Sentirsi ascoltati, poter esprimere le proprie emozioni senza paura di essere giudicati, percepire interesse autentico e avere la sensazione che ciò che proviamo abbia un posto nella relazione sono elementi fondamentali della vicinanza emotiva.

Quando mancano, la solitudine può diventare particolarmente dolorosa proprio perché sembra non avere una spiegazione evidente.

Non tutto ciò che riguarda la paura dell’abbandono è una patologia

Quando si parla di paura dell’abbandono, il rischio è quello di ricorrere troppo velocemente alle diagnosi. Ma sentirsi soli, avere bisogno di rassicurazioni o temere di perdere una persona importante non significa automaticamente avere un disturbo psicologico.

Queste esperienze possono comparire in momenti di particolare vulnerabilità, dopo una perdita, durante un cambiamento importante oppure all’interno di una relazione che sta attraversando una fase delicata.

Anche associare automaticamente la paura dell’abbandono al disturbo borderline di personalità sarebbe scorretto. Nel disturbo borderline questa esperienza, quando presente, deve essere considerata all’interno di un quadro clinico molto più ampio e persistente. Un singolo comportamento o una singola emozione non permettono di formulare una diagnosi.

Più che chiedersi immediatamente «Che disturbo ho?», può essere quindi più utile domandarsi quanto questa esperienza incida sulla propria vita e sulle proprie relazioni.

Imparare a distinguere i fatti dalle interpretazioni

Quando arriva quella sensazione di abbandono, può essere utile fermarsi e provare a separare ciò che sta accadendo da ciò che la mente sta raccontando.

Supponiamo, per esempio, che il partner non risponda per alcune ore perché è impegnato. Il fatto è semplicemente questo. Ma nella mente possono comparire rapidamente altre conclusioni: «Non gli importa di me», «È cambiato qualcosa», «Si sta allontanando», «Mi lascerà».

Questi pensieri non devono essere combattuti con la forza né considerati ridicoli. Possono essere osservati per quello che sono: interpretazioni nate all’interno di uno stato emotivo.

Una domanda può aiutare: «Quali sono i fatti che conosco con certezza e quali sono, invece, le cose che sto immaginando o temendo?».

È una distinzione semplice, ma può creare uno spazio prezioso tra quello che si prova e quello che si decide di fare.

Avere bisogno degli altri non è una debolezza

Comprendere la solitudine emotiva non significa imparare a non avere più bisogno di nessuno. L’indipendenza emotiva, infatti, non dovrebbe essere confusa con l’assenza di bisogni affettivi.

Abbiamo bisogno degli altri. Abbiamo bisogno di essere amati, ascoltati, rassicurati e considerati importanti. Il problema nasce quando l’intera sensazione di sicurezza dipende dalla presenza costante di un’altra persona.

Una relazione sana può includere anche momenti di distanza senza che questi mettano in discussione il legame. Si può amare qualcuno e avere bisogno di tempo per sé. Si può essere impegnati senza essersi disinnamorati. Si può non rispondere immediatamente a un messaggio senza voler interrompere una relazione.

Riuscire a tollerare queste normali distanze non significa amare meno. Significa, piuttosto, sentirsi abbastanza sicuri da non interpretare ogni assenza come una perdita.

Quando è il momento di chiedere aiuto

Se la paura dell’abbandono diventa molto frequente, provoca sofferenza intensa, alimenta conflitti, porta a controllare continuamente le persone vicine o rende difficile stare da soli, parlarne con uno psicologo può essere importante.

Un percorso psicologico non serve semplicemente a convincersi che «non c’è motivo di preoccuparsi». Può aiutare a comprendere l’origine di quella paura, riconoscere ciò che la attiva e sviluppare strumenti diversi per affrontarla.

Il punto non è eliminare completamente la paura, ma fare in modo che non sia più lei a governare le relazioni.

Quando la solitudine diventa un messaggio da ascoltare

Sentirsi abbandonati quando nessuno ci sta realmente abbandonando non significa essere deboli, irrazionali o «sbagliati». Significa che dentro di noi si è attivata un’esperienza emotiva che merita di essere ascoltata.

A volte può parlare di una ferita del passato. Altre volte può segnalare un bisogno affettivo che non trova spazio nella relazione attuale. In altri casi ancora può indicare una difficoltà più generale nel sentirsi sicuri e vicini agli altri.

La questione fondamentale è riuscire, poco alla volta, a distinguere ciò che sta accadendo da ciò che temiamo possa accadere.

Perché tra il pensiero «mi stanno abbandonando» e il fatto concreto che qualcuno si stia davvero allontanando esiste uno spazio. È proprio in quello spazio che possiamo fermarci, osservare le nostre emozioni e comprenderne l’origine.

E quando una paura viene compresa, smette almeno in parte di essere un enigma. Non necessariamente scompare, ma può diventare qualcosa con cui confrontarsi, invece di qualcosa da cui lasciarsi guidare.

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Ninni Petrella
Ninni Petrella
Ninni Petrella è attivista, promotore culturale, da anni impegnato in iniziative che promuovono la partecipazione civica, la formazione e lo sviluppo sostenibile dei territori. Originario di Milazzo, ha fondato nel 2023 il Movimento Politico Partiamo da Qui, con l’obiettivo di avvicinare soprattutto le nuove generazioni alla politica attiva e alla cittadinanza consapevole. È stato ufficiale di complemento nella Guardia di Finanza e collabora attivamente con realtà associative e istituzionali su progetti dedicati alla legalità, all’inclusione sociale e alla promozione della cultura come motore di crescita collettiva. È membro dell’Istituto Milton Friedman, impegnato nella diffusione dei principi della libertà economica e della responsabilità individuale. È laureato in Giurisprudenza, ha conseguito una laurea magistrale in Psicologia del Lavoro e delle Comunicazioni e un master in Diritto dell’Informatica. È inoltre abilitato alla professione forense.
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