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Vannacci tra fascismo e “cavalli di Troia”: quando la delegittimazione rischia di rafforzare l’avversario

Dagli esposti giudiziari alle accuse politiche, il caso del generale riapre una vecchia questione italiana: trasformare un leader in un bersaglio del sistema può finire per renderlo più credibile agli occhi dei suoi elettori

La notizia degli accertamenti avviati dalla Procura militare di Roma intorno a Futuro Nazionale rischia di essere interpretata, almeno leggendo alcuni titoli circolati nelle ultime ore, in maniera assai diversa da ciò che effettivamente sta accadendo.

Non esiste infatti, allo stato delle informazioni disponibili, un’indagine della magistratura militare su Roberto Vannacci per la ricostituzione del partito fascista: esistono invece due vicende distinte, originate entrambe da iniziative del Sindacato dei Militari, che devono essere tenute rigorosamente separate prima di provare a comprenderne il significato politico più generale.

Militari e politica: che cosa sta verificando la Procura

La prima, e certamente la più circoscritta, riguarda la presenza di alcuni militari ancora in servizio all’interno dei comitati territoriali di Futuro Nazionale. La Procura militare guidata da Marco De Paolis ha avviato «accertamenti preliminari» per verificare «l’eventuale sussistenza di fatti di propria stretta competenza in relazione a persone soggette alla giurisdizione militare».

Il punto da chiarire riguarda essenzialmente il ruolo ricoperto da questi militari e, in particolare, il significato da attribuire alla qualifica di “referente” utilizzata nell’organizzazione del movimento: una semplice adesione politica avrebbe infatti un significato molto diverso dall’assunzione di una vera funzione direttiva o rappresentativa.

La distinzione non è marginale. L’ordinamento impone alle Forze armate di mantenersi estranee alle competizioni politiche, ma ciò non significa che il militare perda automaticamente i propri diritti politici. La questione diventa più delicata quando dall’adesione personale si passa all’esercizio di responsabilità organizzative, soprattutto qualora esse vengano svolte utilizzando uniforme, qualifica o prerogative connesse al servizio.

Sarà dunque compito della magistratura verificare innanzitutto che cosa abbiano concretamente fatto i militari segnalati e, successivamente, stabilire se gli eventuali illeciti appartengano alla sfera penale militare oppure, come sostiene la difesa di Vannacci, essenzialmente a quella disciplinare.

Dalla legge Scelba al confine sempre più incerto del “fascismo”

Fin qui, dunque, una vicenda giuridicamente comprensibile e dai confini abbastanza definiti. Ben più interessante è invece il secondo esposto, presentato il 28 agosto alla Procura ordinaria di Roma sempre dal Sindacato dei Militari, attraverso il quale si chiede alla magistratura di verificare se Futuro Nazionale possa addirittura configurare una riorganizzazione del disciolto partito fascista ai sensi della legge Scelba.

Naturalmente siamo di fronte alla prospettazione formulata dal denunciante, non a una valutazione già compiuta dalla Procura, ed è proprio mantenendo ferma questa distinzione che diventa interessante esaminare quali elementi siano stati portati a sostegno di un’ipotesi di tale gravità.

Tra gli aspetti del programma di Futuro Nazionale richiamati nell’esposto compaiono infatti la famiglia naturale, l’identità cristiana e la tutela della vita dal concepimento alla morte naturale, insieme a temi certamente più controversi sul piano politico, quali la remigrazione, alcune proposte riguardanti l’impiego delle Forze armate nell’ordine pubblico e determinati contenuti della comunicazione del movimento.

È proprio questo accostamento a meritare una riflessione che va molto oltre il giudizio su Vannacci. Famiglia naturale, tutela della vita e riferimento alle radici cristiane non sono evidentemente concetti inventati dal fascismo, né possono essere considerati di per sé indizi di un progetto fascista. Il riferimento a una legge naturale antecedente alla volontà del legislatore attraversa oltre duemila anni di pensiero occidentale, dalla filosofia classica alla tradizione cristiana, mentre la concezione della famiglia fondata sull’unione tra uomo e donna e la tutela della vita appartengono ancora oggi al patrimonio dottrinale della Chiesa cattolica e alle convinzioni di milioni di cittadini europei.

Tutto ciò può naturalmente essere contestato. Si può ritenere superata quella concezione della famiglia, respingere l’idea stessa di diritto naturale, sostenere una diversa disciplina dell’aborto o rifiutare qualsiasi riferimento pubblico alle radici cristiane. È precisamente questo il terreno della politica democratica: concezioni differenti dell’uomo e della società si confrontano e cercano consenso.

Diventa invece problematico quando alcune di queste idee vengono inserite nel quadro argomentativo di un esposto volto a verificare la possibile ricostituzione del partito fascista. La legge Scelba non criminalizza infatti il conservatorismo, il tradizionalismo, il nazionalismo e neppure, di per sé, posizioni radicalmente identitarie; richiede presupposti assai più specifici, legati alle finalità antidemocratiche proprie del fascismo e agli elementi individuati dalla legge e successivamente interpretati dalla giurisprudenza.

Da qui nasce una domanda inevitabile: si sta forse progressivamente ampliando il significato della parola “fascismo” fino a farvi rientrare idee che semplicemente contrastano con l’orientamento culturale oggi prevalente? Il dubbio non nasce soltanto da questa vicenda.

Nel dibattito pubblico contemporaneo assistiamo sempre più frequentemente alla trasformazione di categorie storiche e giuridiche precise in etichette politiche: una posizione fortemente restrittiva sull’immigrazione diventa xenofobia, la difesa della famiglia tradizionale viene talvolta ricondotta a una cultura autoritaria, una critica radicale alle politiche dell’Unione europea diventa antieuropeismo e una posizione differente sulla guerra in Ucraina rischia rapidamente di essere letta come filoputinismo.

Naturalmente esistono davvero xenofobia, autoritarismo, fascismo e attività di influenza russa, e proprio per questo sarebbe opportuno non diluire tali concetti fino a renderli sinonimi di qualsiasi dissenso rispetto all’orientamento dominante.

Il ruolo del sindacato militare e il paradosso della partecipazione politica

In questo quadro emerge anche un’altra questione: perché proprio un sindacato militare ha deciso di assumere un ruolo tanto attivo nei confronti di una specifica forza politica? La presentazione di un esposto è naturalmente un diritto e sarà esclusivamente la magistratura a stabilire se le ipotesi prospettate abbiano fondamento.

Tuttavia, quando un’organizzazione nata per la rappresentanza professionale dei militari non si limita a segnalare una possibile incompatibilità riguardante personale in servizio — circostanza perfettamente coerente con la propria funzione — ma arriva a chiedere alla Procura di verificare la natura potenzialmente fascista di un movimento politico sulla base di elementi che, almeno per quelli finora resi pubblici, appaiono assai lontani dalla soglia necessaria per configurare un’ipotesi così grave, interrogarsi sulle ragioni di una simile iniziativa appare del tutto legittimo.

La questione assume inoltre un carattere quasi paradossale: mentre si chiede alla magistratura militare di verificare se alcuni appartenenti alle Forze armate abbiano oltrepassato il limite che deve separare la condizione militare dalla partecipazione politica organizzata, la stessa organizzazione sindacale promotrice degli esposti entra con particolare decisione nel confronto riguardante la legittimità politica e ideologica di un partito.

Da Mosca all’“incontrollabile”: il racconto intorno a Vannacci

A rendere il quadro ancora più singolare contribuisce la contemporanea diffusione di un’altra rappresentazione di Vannacci, questa volta legata alla politica internazionale. Nelle stesse ore in cui si discute degli esposti, il Financial Times ha descritto la crescita di Futuro Nazionale interrogandosi sul rischio che Vannacci possa diventare una sorta di “cavallo di Troia” degli interessi russi in Italia, mentre altre ricostruzioni giornalistiche riferiscono preoccupazioni negli ambienti politici per un personaggio considerato difficilmente controllabile.

Anche qui è indispensabile distinguere. Sostenere che determinate posizioni sull’Ucraina, sulle sanzioni o sui rapporti con Mosca possano oggettivamente favorire gli interessi strategici russi costituisce una valutazione politica del tutto legittima; affermare o anche soltanto insinuare che una forza politica rappresenti uno strumento del Cremlino richiederebbe invece elementi di natura completamente diversa.

Non vi è alcuna ragione, in assenza di prove, per immaginare una regia comune tra esposti giudiziari, articoli di giornale e valutazioni provenienti da ambienti politici differenti. Sarebbe però altrettanto ingenuo non osservare l’effetto comunicativo prodotto dalla loro sovrapposizione: nel giro di pochi giorni Vannacci viene associato al fascismo, alla Russia, all’immagine del “cavallo di Troia” e a quella dell’uomo “incontrollabile”.

Ed è proprio qui che una strategia di delegittimazione, anche quando nasce da soggetti e motivazioni completamente indipendenti, rischia di produrre politicamente l’effetto contrario.

Il precedente Berlusconi e il rischio dell’effetto boomerang

La storia politica italiana dovrebbe aver insegnato quanto sia difficile sconfiggere un avversario cercando di trasferire il confronto dal terreno delle idee a quello della sua legittimità morale o giudiziaria. Il caso di Silvio Berlusconi rimane emblematico non perché tutte le vicende giudiziarie che lo riguardarono fossero prive di fondamento — affermazione che sarebbe storicamente insostenibile — ma perché la loro continua sovrapposizione alla battaglia politica contribuì a costruire presso una parte considerevole del suo elettorato l’immagine di un leader assediato da un sistema intenzionato a eliminarlo per vie diverse da quella elettorale.

Con Vannacci il rischio potrebbe essere persino maggiore, perché una parte della sua proposta politica si fonda precisamente sull’idea di essere estraneo al conformismo delle élite politiche e culturali. Definirlo “incontrollabile”, quindi, potrebbe non rappresentare affatto un danno agli occhi del suo potenziale elettorato; al contrario, per chi considera il sistema politico e istituzionale eccessivamente autoreferenziale, essere percepito come qualcuno che quel sistema non riesce a controllare potrebbe trasformarsi quasi in una certificazione di autenticità.

Lo stesso vale, almeno presso una parte dell’opinione pubblica, per l’accusa di essere troppo disponibile al dialogo con Mosca o per il tentativo di collocare alcune sue posizioni culturali nell’area del fascismo. Quanto più l’elettore percepisce una distanza tra la gravità dell’etichetta utilizzata e ciò che concretamente legge nel programma politico, tanto maggiore diventa la possibilità che l’attacco venga interpretato non come un’informazione sull’avversario, ma come la conferma della sua narrazione antisistema. È questo, probabilmente, l’aspetto politicamente più interessante dell’intera vicenda.

In democrazia le idee di Vannacci possono e devono essere criticate, anche duramente, e le Procure hanno naturalmente il dovere di verificare gli esposti che ricevono quando emergano possibili fatti penalmente rilevanti. Ma proprio per questo occorre mantenere distinti il diritto penale e il giudizio politico, evitando che categorie gravissime come fascismo, sovversione o collusione con potenze straniere si trasformino in scorciatoie linguistiche attraverso le quali sottrarsi al confronto nel merito.

Perché esiste un modo assai più semplice, e soprattutto democraticamente più sano, per contrastare un partito del quale si considerano sbagliate le idee: dimostrare che quelle idee sono sbagliate e convincere gli elettori a non votarlo.

Se invece l’avversario viene progressivamente trasformato in un soggetto da espellere dal perimetro della legittimità politica, si corre un doppio rischio: impoverire il confronto democratico e, contemporaneamente, regalare a quello stesso avversario l’argomento più efficace per presentarsi come l’unico realmente estraneo al sistema che dice di voler cambiare. Berlusconi, sotto questo profilo, dovrebbe avere insegnato qualcosa. E forse chi oggi considera Vannacci un problema farebbe bene a ricordarsene.

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Andrea Cisternino
Andrea Cisternino
Editorialista di stampo giusnaturalista, cattolico tradizionale , moderato ma non troppo
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