HomeCronacaAttualità e societàRita Atria, una verità ancora cercata: «A 17 anni ebbe il coraggio...

Rita Atria, una verità ancora cercata: «A 17 anni ebbe il coraggio di rompere con la mafia»

A Saponara Nadia Furnari e Giovanna Cucè presentano il libro-inchiesta La settima vittima di via D’Amelio: documenti, testimonianze e nuovi elementi alla base della richiesta di riapertura del caso

«Se Rita fosse stata viva, oggi sarebbe soltanto la figlia di un mafioso». Nadia Furnari lo dice al microfono dell’aula consiliare del Comune di Saponara, nel Messinese, durante la presentazione del libro-inchiesta Rita Atria. La settima vittima di via D’Amelio (Edizioni Mesogea), scritto insieme alla giornalista Rai Giovanna Cucè.

Una frase dura, con la quale Furnari sintetizza un paradosso, quella della più giovane testimone di giustizia italiana: proprio la morte avrebbe trasformato, nell’immaginario collettivo, Rita da “figlia di un mafioso” a simbolo dell’antimafia, mentre la sua scelta di rompere con quel sistema era già avvenuta quando era ancora in vita.

Cresciuta all’interno di un contesto familiare mafioso, prima spinta dall’amore per il fratello e poi da un maturato senso di giustizia, Rita decide di parlare e di affidarsi alla magistratura. Una scelta radicale che segnerà gli ultimi mesi della sua vita.

La sua morte è stata archiviata come suicidio. Ma a distanza di oltre trent’anni, Furnari, Cucè e l’Associazione Antimafie Rita Atria, alla luce di quanto rinventuo, continuano a chiedere nuovi approfondimenti.

C’è molto materiale nel libro-inchiesta Rita Atria. La settima vittima di via D’Amelio (Mesogea Edizioni), scritto da Nadia Furnari e Giovanna Cucè. Una stesura lunga e complessa, durata diversi anni, che aggiorna l’edizione precedente del 2023 con nuovi elementi. Tra le pagine si trovano documenti, testimonianze, interviste e domande rivolte anche a persone che, per ragioni diverse, hanno preferito non rispondere. Ma che non potrebbero rimanere in silenzio di fronte alla magistratura.

Ogni elemento del testo, spiegano le autrici, è stato sottoposto a un accurato lavoro di fact-checking e verifica, anche sul piano legale. L’Associazione Antimafie Rita Atria ha già presentato una richiesta per la riapertura del caso. Una richiesta, l’ennesima, alla quale – riferisce Furnari – non è seguito finora alcun riscontro. E intanto, nelle parole di chi continua a chiedere che sulla sua morte venga fatta piena luce, Rita Atria resta ancora una volta sola.

Rita Atria, le domande ancora aperte sulla morte

La scelta di Rita Atria: rompere con il sistema mafioso

L’incontro con il pubblico di Saponare si è svolto il 2 ottobre nell’Aula Consiliare del Comune di Saponara, su iniziativa dell’Amministrazione della Sindaca Maria Spidalieri, che ha scelto di porre tra i temi dell’azione amministrativa anche l’educazione alla legalità. Saponara, del resto, conserva la memoria di un’altra vittima innocente della mafia, Graziella Campagna, anche lei diciassettenne, uccisa per aver scoperto casualmente qualcosa che non doveva essere raccontato.

Anche questa verità «è stata raccontata solo in parte e non ha ottenuto piena giustizia» afferma Nadia Furnari, che negli anni Novanta lavorò anche sul caso Campagna, contribuendo al lavoro di ricerca e denuncia che precedette la riapertura delle indagini. La storia di Rita Atria, invece, continua a presentare, secondo la ricostruzione proposta nel volume, zone d’ombra, contraddizioni e interrogativi rimasti senza risposta.

All’incontro sono intervenute la sindaca Maria Spidalieri, la presidente del Consiglio comunale Adriana Cannistraci, la giornalista radi Giovanna Cucè in collegamento da Roma, e Nadia Furnari, vicepresidente e cofondatrice dell’Associazione Antimafie Rita Atria, in un dialogo con la giornalista Valentina Di Salvo.

Rita Atria muore il 26 luglio 1992 in viale Amelia, a Roma, dove viveva sotto protezione. Aveva perso il padre, ucciso in un agguato mafioso, quando aveva undici anni; il 24 giugno 1991 viene assassinato anche il fratello Nicola. Nel novembre dello stesso anno Rita comincia a raccontare alla magistratura ciò che sa. Viveva a Partanna, all’interno di un contesto familiare profondamente segnato dalla mafia.

Rita racconta. Nomi, fatti, azioni. Molte di quelle informazioni le aveva apprese tra le mura di casa. Con il tempo aveva compreso che il padre, nonostante l’amore che provava per lui, non era il “paciere” che aveva creduto e che anche il fratello Nicola aveva seguito le dinamiche criminali della famiglia. Le sue dichiarazioni trovano riscontri nelle indagini e contribuiscono all’attività investigativa e giudiziaria. Il volume ricostruisce inoltre un episodio avvenuto nella sua abitazione, quando una persona avrebbe cercato di introdursi durante la notte: secondo le fonti primarie citate dalle autrici, l’ipotesi – anche dichiarato dalla madre – è che l’obiettivo potesse essere quello di ucciderla.

Rita Atria, le domande ancora aperte sulla morte

Rita si ritrova sola. La sorella si è trasferita a Milano, mentre la madre, pur volendole bene, rimane legata ai codici e alle dinamiche della cultura mafiosa di Partanna. L’Alto Commissariato per il coordinamento della lotta contro la delinquenza mafiosa decide di trasferire Rita in una località protetta. Ma dai documenti analizzati da Furnari e Cucè emerge un sistema di protezione che, all’epoca, non distingueva ancora pienamente tra collaboratori e testimoni di giustizia e che non prevedeva strumenti specificamente costruiti intorno alla condizione di una minorenne. Le autrici evidenziano, inoltre, criticità nella tutela della segretezza della sua nuova vita.

La morte archiviata come suicidio e gli interrogativi ancora aperti

Il caso di Rita è stato archiviato come suicidio. Eppure, nella ricostruzione di Furnari e Cucè, sono numerosi gli elementi che continuano a sollevare interrogativi. Nella cartella clinica, riportano le autrici, si legge che la ragazza aveva nel sangue “un tasso alcolemico di circa 1 g/l, sufficiente a causare la perdita di autocontrollo, disturbi dell’equilibrio, riflessi lenti” (pag. 119). Nell’appartamento, spiegano, non sarebbero stati trovati alcolici, ad eccezione di una bottiglia di cognac collocata sopra il frigorifero, a circa due metri di altezza e sulla quale non sarebbero state rilevate impronte.

Ma non è l’unico elemento sul quale il libro richiama l’attenzione. Le autrici evidenziano differenze nella disposizione degli oggetti documentata nel corso dei diversi sopralluoghi e ricostruiscono una successione di sequestri e dissequestri avvenuti nell’arco di poco tempo. Tra gli oggetti presenti nell’appartamento compare anche un orologio da uomo che non sarebbe stato catalogato e del quale successivamente si sarebbero perse le tracce.

C’è poi la finestra dalla quale Rita sarebbe precipitata: la tapparella risultava abbassata per metà. Furnari e Cucè si soffermano inoltre sull’assenza di impronte riconducibili con certezza alle persone presenti nell’appartamento, nonostante durante uno dei sopralluoghi, secondo la documentazione esaminata, uno degli inquirenti si fosse tolto i guanti toccando alcuni oggetti. Un’impronta palmare, invece, sarebbe stata acquisita e conservata agli atti senza che, secondo quanto riportato nel libro, sia mai stata attribuita con certezza a una persona.

Sono elementi che, nel loro insieme, costituscono il nucleo degli interrogativi sollevati dall’inchiesta di Furnari e Cucè e alla base della richiesta dell’Associazione Antimafie Rita Atria di tornare ad approfondire le circostanze della morte della diciassettenne.

Rita Atria, le domande ancora aperte sulla morte

Inoltre Rita Atria ha scritto molto. Diari, appunti, parole che oggi permettono di continuare a interrogare la sua storia e a chiedere risposte sugli aspetti che, a distanza di oltre trent’anni, restano ancora controversi. È anche attraverso quelle parole che emerge parte della sua personalità: una ragazza cresciuta nella stretta mafiosa di Partanna che, prima spinta dall’amore per il fratello e poi da un maturato senso di giustizia, aveva trovato il coraggio di rompere con il mondo nel quale era cresciuta.

Una scelta che non può essere cancellata dalle zone d’ombra che ancora accompagnano la sua morte, né dalle narrazioni che negli anni hanno contribuito a restituirne un’immagine parziale e ingiusta. Rita aveva fatto qualcosa di molto difficile: aveva immaginato per sé una vita fuori dal terrore e dalla vendetta.

Per tutti gli altri aggiornamenti continua a seguirci su PdQ Magazine.

Valentina Michela Di Salvo
Valentina Michela Di Salvo
Giornalista, Direttore di PDQ Magazine. Mail: valentina.disalvo@pdqmagazine.com ---------------------------------------------------- Credo nella scrittura come strumento di fiducia e nel giornalismo come spazio di ascolto e ricostruzione del senso collettivo
ARTICOLI CORRELATI

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui

- Advertisment -

NOVITà

Recent Comments