Il 15 settembre di vent’anni fa moriva Oriana Fallaci. Da allora è cambiato il mondo che aveva raccontato e combattuto con le sue parole: l’Occidente è alle prese con nuove guerre, l’immigrazione è diventata una delle principali fratture politiche europee, il rapporto con l’Islam continua a interrogare le democrazie e la destra ha conquistato uno spazio che allora sembrava impensabile. Ma c’è una domanda, inevitabilmente provocatoria, che oggi viene naturale porsi: che cosa penserebbe Fallaci dell’Italia del 2026? E, soprattutto, che cosa penserebbe di Roberto Vannacci?
La risposta non può che essere un’ipotesi. Ma è un’ipotesi interessante, perché proprio nelle battaglie culturali degli ultimi anni della sua vita si possono trovare alcuni dei punti di contatto più sorprendenti con il generale diventato politico.
Fallaci e Vannacci appartengono a stagioni politiche diverse e hanno idee differenti su libertà, famiglia, Europa e politica estera. Eppure, nell’Italia del 2026, la scrittrice avrebbe probabilmente riconosciuto nel generale l’interprete politico più vicino alla battaglia culturale che aveva ingaggiato negli ultimi anni della sua vita.

Una domanda inevitabilmente provocatoria
Che cosa penserebbe oggi Oriana Fallaci di Roberto Vannacci?
La domanda appartiene inevitabilmente al terreno delle ipotesi, perché Fallaci è scomparsa nel 2006. Ma il confronto tra le sue idee e quelle del generale permette di arrivare a una conclusione politica precisa: se fosse vissuta nell’Italia di oggi, è molto probabile che avrebbe guardato con favore a Vannacci e che, davanti a una scelta politica concreta, avrebbe potuto sostenerlo.
Non perché i due pensassero allo stesso modo. Proprio il contrario.
La forza del paragone sta nel capire come due personalità profondamente differenti possano ritrovarsi dalla stessa parte quando cambiano le priorità della politica.

Due personalità lontane, una battaglia comune
Lei una giornalista controcorrente, lui un generale diventato politico. Fallaci apparteneva a una cultura individualista, laica e cosmopolita. Aveva combattuto il fascismo, raccontato guerre e rivoluzioni, intervistato i grandi protagonisti della politica internazionale e costruito la propria esistenza sulla libertà personale.
Vannacci nasce invece dalla cultura militare, dall’idea di disciplina, appartenenza e responsabilità nazionale. Sarebbe quindi sbagliato presentarli come esponenti della stessa ideologia. La loro vicinanza emerge altrove: nella convinzione che l’Occidente abbia perso sicurezza nelle proprie ragioni e che una società incapace di difendere la propria identità finisca per indebolire anche le proprie libertà. Questa è la chiave del confronto.
La profezia dell’Occidente
Dopo l’11 settembre, Fallaci concentrò la propria riflessione sulla crisi dell’Occidente. Il bersaglio non era soltanto il terrorismo islamista. La sua critica riguardava anche un’Europa che, ai suoi occhi, sembrava aver smarrito la capacità di difendere la propria storia, la propria cultura e soprattutto la propria idea di libertà. Fallaci non sosteneva che l’Occidente fosse perfetto.
Sosteneva che fosse necessario difenderlo perché proprio in Occidente erano maturate conquiste fondamentali: libertà individuale, democrazia, emancipazione della donna, libertà di coscienza e separazione tra religione e potere politico. Vannacci arriva alla stessa questione attraverso una strada diversa.
Il suo discorso politico insiste sulla difesa dell’identità italiana ed europea, sulla critica del multiculturalismo, sul controllo dell’immigrazione e sul recupero dei valori tradizionali.
Il linguaggio cambia.
La preoccupazione di fondo rimane sorprendentemente vicina: cosa accade a una civiltà quando smette di credere nelle proprie ragioni?

Islam, immigrazione e multiculturalismo
È sul rapporto con l‘Islam politico e sul multiculturalismo che la distanza tra Fallaci e Vannacci si riduce maggiormente. Fallaci considerava l’integralismo islamista una minaccia alla libertà occidentale. La sua critica era particolarmente dura quando religione, potere politico e subordinazione della donna venivano a coincidere.
Vannacci ha trasformato la critica al multiculturalismo in uno dei cardini della propria proposta politica. La sua idea è che l’integrazione non possa tradursi nella cancellazione della cultura del Paese che accoglie. Fallaci avrebbe probabilmente apprezzato questa impostazione.
Non perché condividesse una concezione tradizionalista della società, ma perché per lei la convivenza non poteva significare rinuncia ai valori fondamentali dell’Occidente. La differenza è importante. Fallaci difendeva l’Occidente in nome della libertà; Vannacci lo difende soprattutto in nome dell’identità. Ma, sul terreno politico, le due esigenze possono incontrarsi.

La donna: la grande differenza
È proprio sul tema della donna che emerge la distanza più netta. Fallaci rappresentava un’idea radicale di emancipazione femminile. Non voleva che la donna fosse definita dal proprio ruolo familiare, né che la sua libertà dipendesse dalla protezione maschile. La sua stessa vita era la dimostrazione di questa idea.
Vannacci propone una concezione molto più tradizionale della famiglia e dei ruoli sociali. Il suo riferimento al “patriarcato mediterraneo” si colloca dentro una visione nella quale le differenze tra uomo e donna non vengono necessariamente considerate un retaggio da superare, ma una componente della struttura sociale. Su questo terreno Fallaci avrebbe avuto probabilmente molto da contestargli.
Ma la politica non richiede una coincidenza totale.
Fallaci avrebbe potuto considerare prioritaria la battaglia culturale sull’identità occidentale pur mantenendo una concezione della libertà femminile molto più radicale di quella di Vannacci.
L’Europa che divide
Anche l’Europa rappresenta un terreno di confronto. Fallaci criticava l’Europa soprattutto perché la considerava priva di forza e di consapevolezza. La sua accusa era culturale prima ancora che istituzionale.
Vannacci porta quella critica direttamente nella politica: più sovranità agli Stati, meno integrazione politica e un’Unione europea meno invasiva. Non sono la stessa posizione.
Ma nella prospettiva della Fallaci degli ultimi anni, il problema centrale avrebbe potuto essere ancora una volta la stessa domanda: l’Europa è in grado di difendere i propri confini, la propria sicurezza e i propri valori? Nel 2026 questa domanda non è più teorica.
La guerra in Ucraina ha riportato la sicurezza militare al centro dell’agenda europea; la competizione tra Stati Uniti, Cina e Russia ha trasformato il continente in uno spazio geopolitico molto più instabile; l’immigrazione continua a dividere le società europee; mentre la destra è chiamata a scegliere tra integrazione nelle istituzioni e ritorno a una politica più identitaria.
È esattamente il terreno sul quale Vannacci ha costruito il proprio spazio.
La Russia: il punto più difficile
La politica estera rappresenta il principale elemento di distanza. Vannacci ha assunto una posizione fortemente critica verso il sostegno militare all’Ucraina e più disponibile al dialogo con Mosca rispetto alla linea prevalente del governo italiano e degli alleati occidentali. Qui il confronto con Fallaci si complica.
La giornalista era segnata dalla lotta contro dittature e totalitarismi. La sua idea di Occidente aveva una dimensione geopolitica precisa: difendere la libertà significava anche non accettare che le potenze autoritarie imponessero la propria volontà con la forza.
È quindi plausibile immaginare che avrebbe criticato duramente alcune posizioni di Vannacci sulla Russia. Ma anche questo non avrebbe necessariamente impedito una convergenza politica sui temi interni.

Il vero terreno dello scontro: la destra italiana
È qui che la figura di Vannacci diventa particolarmente interessante. La destra italiana è ormai divisa tra due esigenze. La prima è governare: essere credibile in Europa, mantenere rapporti solidi con gli alleati, gestire l’economia e assumersi le responsabilità della politica internazionale.
La seconda è rappresentare quella parte dell’elettorato che non vuole una destra semplicemente istituzionale, ma chiede una trasformazione culturale più profonda. Vannacci occupa questo secondo spazio.
Il suo successo segnala che una parte del Paese considera ancora irrisolte questioni come immigrazione, identità nazionale, sicurezza, famiglia, ruolo della religione e rapporto tra maggioranza e minoranze. È proprio questa dimensione conflittuale della politica che avrebbe potuto attirare Fallaci.
Il linguaggio della rottura
Fallaci non era una moderata. Anche quando le sue idee potevano essere ricondotte a una tradizione liberale, il suo modo di esprimerle era radicale. Non cercava la formula capace di accontentare tutti. Cercava lo scontro quando riteneva che una questione fosse diventata fondamentale. Vannacci ha costruito parte della propria fortuna sullo stesso principio comunicativo.
Il generale ha trasformato la provocazione in uno strumento politico. Ha portato nel dibattito pubblico temi che altri esponenti preferiscono affrontare con maggiore cautela e ha trovato un pubblico disposto a seguirlo proprio perché percepisce quel linguaggio come una rottura rispetto al politicamente corretto. Qui Fallaci avrebbe probabilmente riconosciuto qualcosa di familiare. La convinzione che il consenso non debba venire prima delle proprie idee.
Perché Fallaci avrebbe potuto scegliere Vannacci
La questione, alla fine, non è stabilire se Fallaci avrebbe sottoscritto il programma di Vannacci. Non lo avrebbe fatto. Il punto è capire quale avrebbe considerato la priorità politica.
Se fosse rimasta fedele alle battaglie degli ultimi anni della sua vita, avrebbe probabilmente guardato con particolare attenzione alla difesa dell’identità occidentale, alla lotta contro l’integralismo, alla critica del multiculturalismo e alla necessità di riaffermare la sovranità culturale e politica dell’Italia.
Su questi temi Vannacci è oggi uno dei rappresentanti più netti del panorama politico italiano. Ed è questo che potrebbe aver fatto la differenza.
Fallaci avrebbe potuto dissentire dal generale su diversi aspetti della sua visione del mondo e, nello stesso tempo, considerarlo il politico più efficace per spostare il dibattito verso le questioni che lei riteneva decisive. Non è una contraddizione. È politica.
Non il suo erede, ma il suo alleato
Alla fine del confronto, l’immagine più convincente non è quella di una Fallaci trasformata in sostenitrice di Vannacci. È quella di una Fallaci rimasta fedele a se stessa che, nell’Italia del 2026, avrebbe individuato nel generale un alleato su una battaglia precisa. La sua laicità sarebbe rimasta intatta.
La sua idea della libertà femminile sarebbe rimasta più radicale. Il suo cosmopolitismo avrebbe continuato a distinguerla dal nazionalismo contemporaneo. E sulla Russia avrebbe potuto trovarsi su posizioni molto diverse.
Ma quando si fosse trattato di scegliere da quale parte stare nel conflitto culturale sull’identità dell’Occidente, la distanza tra i due avrebbe potuto diventare secondaria. Fallaci aveva dedicato gli ultimi anni della propria vita a dire che l’Occidente non doveva vergognarsi della propria identità.
Vannacci ha costruito la propria esperienza politica sostenendo, con strumenti e idee differenti, che l’Italia non debba rinunciare alla propria. È questo il punto nel quale le loro strade si incontrano. E forse la conclusione più naturale è anche la più semplice: se Oriana Fallaci fosse viva oggi, non sarebbe Roberto Vannacci. Ma potrebbe essere una delle sue sostenitrici più autorevoli.
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