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Francia, le parole che sono mancate

Libertà, uguaglianza e fraternità nel discorso di Leone XIV all'Eliseo. Ma in una Francia sempre più lontana dalle proprie radici cristiane, forse era lecito attendersi dal Successore di Pietro una parola ancora più chiara: Gesù Cristo

Il rispetto dovuto al Romano Pontefice non impedisce a un cattolico di interrogarsi sulle sue parole. Anzi, proprio l’amore per la Chiesa impone di leggerle con attenzione, senza deformarle e senza attribuire al Papa ciò che non ha detto. Ed è precisamente ciò che colpisce nel discorso pronunciato da Leone XIV il 25 settembre 2026 davanti al Presidente della Repubblica francese, alle autorità, alla società civile e al Corpo diplomatico.

Le radici cristiane della Francia

Il Papa ha ricordato che la Francia è «una terra dalle ricche radici cristiane». Ha evocato sant’Ireneo, il battesimo di Clodoveo, l’umanesimo cristiano e il contributo che la fede ha dato nei secoli alla cultura francese.

Ha quindi parlato dell’Illuminismo e dei diritti dell’uomo, fino ad arrivare al celebre motto repubblicano: «Libertà, uguaglianza e fraternità», definite esigenze etiche universali che trovano «anche nel messaggio evangelico una fonte inesauribile di ispirazione e di realizzazione». Parole certamente concilianti. Parole pensate per parlare a tutti. Eppure, proprio qui nasce una domanda che, con rispetto filiale, crediamo sia lecito porre: era questo ciò di cui la Francia aveva maggiormente bisogno di sentir parlare dal Papa?

Una Francia sempre più secolarizzata

Non stiamo parlando di una terra estranea al cristianesimo. Stiamo parlando della Francia di Clodoveo, di san Luigi IX, di Giovanna d’Arco, di san Vincenzo de’ Paoli, del Curato d’Ars, di santa Teresa di Lisieux. Una nazione la cui storia, cultura, arte e perfino il paesaggio sono incomprensibili senza il cristianesimo.

Ed è proprio questa Francia che negli ultimi decenni ha conosciuto una profonda secolarizzazione della vita pubblica e dei costumi. Nel marzo 2024 la Francia ha modificato la propria Costituzione introducendovi la libertà garantita della donna di ricorrere all’interruzione volontaria di gravidanza.

Nell’agosto 2026 è stata promulgata la legge relativa al «diritto all’aiuto a morire», che permette, nelle condizioni previste dalla legge, il ricorso a una sostanza letale, autosomministrata o, nell’impossibilità fisica di farlo, somministrata da un medico o da un infermiere. Sono questioni sulle quali la dottrina cattolica ha espresso principi morali ben definiti.

A questo quadro legislativo si aggiunge un fenomeno più ampio, che riguarda la presenza stessa del cristianesimo nella società francese. Proprio nel 2026 il giornalista e ricercatore cattolico Atilio Faoro, dell’associazione francese Tradition Famille Propriété (TFP), gli ha dedicato un libro dal titolo volutamente provocatorio: La persécution antichrétienne a commencé — La persecuzione anticristiana è cominciata.

La tesi di Faoro non è che la Francia viva una persecuzione sanguinosa paragonabile a quella sofferta dai cristiani in altre parti del mondo. La sua denuncia riguarda piuttosto l’affermarsi di un clima culturale nel quale il cristianesimo viene progressivamente marginalizzato e ricondotto alla sola sfera privata.

A sostegno della sua tesi, l’autore raccoglie numerosi episodi avvenuti negli ultimi anni: profanazioni e vandalismi nelle chiese, attacchi contro edifici di culto e simboli cristiani, controversie sulla presenza di croci, statue della Vergine e presepi negli spazi pubblici, insieme a decisioni legislative e giudiziarie che, nella sua lettura, testimoniano una crescente incompatibilità tra una certa interpretazione della laïcité e la presenza pubblica della fede cristiana.

Faoro invita soprattutto a non considerare questi episodi come fatti completamente isolati. La sua tesi è che essi vadano letti come i segnali di una trasformazione più profonda della società francese: prima ancora della persecuzione fisica può esistere una progressiva delegittimazione culturale del cristianesimo, attraverso la quale ciò che per secoli apparteneva naturalmente alla vita di un popolo viene lentamente percepito come estraneo, ingombrante o incompatibile con la modernità.

È una tesi certamente forte e discutibile nella sua formulazione, ma il materiale raccolto dall’autore pone una questione che non può essere liquidata semplicemente come nostalgia religiosa; ed è proprio per questo che acquistano un peso particolare non soltanto le parole che Leone XIV ha pronunciato, ma anche quelle che non ha pronunciato: c’è il cristianesimo, c’è la fede cristiana, c’è il messaggio evangelico, ci sono i diritti dell’uomo, ci sono libertà, uguaglianza e fraternità; ma non c’è il nome di Colui dal quale il cristianesimo prende il nome. Gesù Cristo!

Leone XIV in Francia

Il Vangelo come “una” delle fonti?

Particolarmente significativa appare una parola utilizzata nel discorso: «anche». Libertà, uguaglianza e fraternità, afferma Leone XIV, trovano «anche nel messaggio evangelico una fonte inesauribile di ispirazione». Naturalmente è possibile dare a quelle tre parole un significato compatibile con la concezione cristiana dell’uomo.

Una libertà ordinata al bene e alla verità; un’uguaglianza fondata sulla comune dignità degli uomini davanti a Dio; una fraternità che nasce dall’avere un unico Padre. Ma proprio per questo sorge un’altra domanda: per un Papa, il Vangelo è semplicemente una delle fonti dalle quali la società può trarre ispirazione?

Oppure il compito proprio del Successore di Pietro è ricordare al mondo che la libertà dell’uomo raggiunge la propria pienezza nella verità, che la fraternità ha il proprio fondamento ultimo nella comune paternità di Dio e che la dignità umana non è una concessione dello Stato, ma appartiene alla creatura voluta e amata dal Creatore?

La differenza non è puramente terminologica. È la differenza tra una presenza cristiana che offre il proprio contributo nel mercato delle idee e l’annuncio cristiano che proclama una verità ricevuta.

Leone XIV in Francia

Da Pio XI a Leone XIV

Un secolo fa, nell’enciclica Quas primas, Pio XI utilizzava un linguaggio radicalmente diverso. Individuava tra le cause della crisi della società il fatto che gli uomini avessero allontanato «Gesù Cristo e la sua santa legge» non soltanto dalla propria vita, ma dalla famiglia e dalla società. E affermava che non esiste differenza, sotto questo aspetto, tra l’individuo e la società civile: entrambi sono sottoposti alla potestà di Cristo.

Non si trattava di un’affermazione marginale: era il cuore della dottrina della regalità sociale di Cristo. Pio XI arrivava ad affermare che anche governanti e magistrati avrebbero dovuto riconoscere pubblicamente la signoria di Cristo e che la società, nella propria legislazione e nell’amministrazione della giustizia, avrebbe dovuto tenere conto dei comandamenti divini e dei principi cristiani.

Si può discutere sul linguaggio storico con cui questa dottrina sia stata espressa e sulle modalità della sua applicazione nelle moderne società pluralistiche. Ma rimane una domanda essenziale: che cosa resta oggi dell’annuncio della regalità di Cristo sulla vita sociale? È difficile non avvertire la distanza tra quei testi e il discorso dell’Eliseo.

Leone XIV in Francia

Ciò che il Papa avrebbe potuto dire

Non sarebbe stato necessario trasformare una visita di Stato in uno scontro diplomatico, né sarebbe stato necessario pronunciare invettive contro il Presidente francese, contro il Parlamento o contro la Repubblica; sarebbe bastato ricordare, con la carità e insieme con la chiarezza proprie della missione petrina, che non tutto ciò che una maggioranza parlamentare trasforma in diritto diventa per questo moralmente giusto.

Sarebbe stato possibile rivolgere alla Francia un appello affinché non dimenticasse che le proprie radici cristiane non sono soltanto un patrimonio artistico da conservare nelle cattedrali, ma una sorgente viva dalla quale una civiltà può ancora attingere.

Sarebbe stato possibile dire ai francesi che il cristianesimo non è semplicemente uno degli ingredienti della loro storia; ma soprattutto sarebbe stato possibile pronunciare un nome: Gesù Cristo.

Il nome che solo il Papa può annunciare

Queste considerazioni non vogliono essere un atto di irriverenza verso Leone XIV; al contrario, proprio perché a parlare era il Successore di Pietro, proprio perché davanti a lui sedevano coloro che governano una delle grandi nazioni europee, proprio perché quella nazione attraversa una trasformazione culturale e legislativa tanto profonda, era lecito aspettarsi qualcosa di più di un richiamo, pur nobile, a valori universalmente condivisibili.

Il mondo può sentir parlare di libertà, uguaglianza, fraternità e diritti dell’uomo da presidenti, parlamenti, organizzazioni internazionali, università e istituzioni culturali, ma dal Papa il mondo ha diritto di sentire qualcosa che nessun altro può annunciargli con la stessa autorità: Cristo.

Una Francia che si allontana dalla propria eredità cristiana non ha bisogno soltanto che le venga ricordato quanto grande sia stato il cristianesimo nella sua storia, ma ha bisogno che qualcuno abbia il coraggio di dirle che quelle radici possono tornare a vivere.

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Andrea Cisternino
Andrea Cisternino
Editorialista di stampo giusnaturalista, cattolico tradizionale , moderato ma non troppo
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