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Quando la politica supera il diritto: la protesta della Banca Centrale Russa contro i piani dell’UE e il rischio per l’ordine giuridico europeo

La notizia è di quelle che segnano una cesura nei rapporti internazionali e gettano un’ombra lunga sulla legittimità delle azioni che l’Unione Europea intende intraprendere: la Banca Centrale Russa ha dichiarato ufficialmente che i piani dell’UE di usare i suoi asset congelati sono illegali, riservandosi il diritto di difendere i propri interessi con tutti gli strumenti disponibili, inclusa una causa giudiziaria contro Euroclear, l’istituzione finanziaria che custodisce la maggior parte di tali beni.  

Questa presa di posizione, formalizzata in un comunicato ufficiale e in un atto giudiziario, non è un semplice atto di propaganda. È la reazione di un soggetto sovrano che avverte un pericolo giuridico reale, e lo fa richiamando esplicitamente il diritto internazionale e il principio di immunità sovrana degli asset statali.  

L’azione della Banca Centrale Russa è inserita in un contesto molto più ampio: l’Unione Europea sta infatti perfezionando una decisione per “immobilizzare indefinitamente” circa 210 miliardi di euro di riserve russe congelate nel 2022 dopo l’invasione dell’Ucraina. Questa mossa eliminerebbe la consueta necessità di rinnovare ogni sei mesi il congelamento e potrebbe permettere all’UE di impiegare quei fondi come garanzia per un prestito a sostegno dell’Ucraina.  

Appare subito chiaro che il nodo non è più il semplice congelamento delle risorse — misura già di per sé eccezionale ma ampiamente giustificata nell’ambito delle sanzioni — bensì la trasformazione di quegli asset in strumenti finanziari da cui trarre risorse utilizzabili da soggetti terzi, in questo caso per sostenere l’Ucraina. Questa trasformazione, a giudizio di Mosca, costituisce una violazione del diritto internazionale. 

La reazione russa non è isolata: la stessa notizia è stata accompagnata da dichiarazioni di leader politici come il primo ministro ungherese Viktor Orbán, che ha definito l’iniziativa “illegale” e in grado di danneggiare irreparabilmente l’Unione Europea come comunità di diritto.  

Perché questa contesa non è un tecnicismo: il cuore giuridico della questione

Banca Centrale Russa: il profilo giuridico della contestazione

Per comprendere la portata di questa disputa è necessario fermarsi un attimo sul cuore giuridico della questione, che ruota attorno a due pilastri fondamentali del diritto moderno:

Il principio di immunità sovrana degli asset di uno Stato, riconosciuto sia nel diritto internazionale consuetudinario sia in numerose convenzioni multilaterali.

La distinzione tra congelamento di beni e appropriazione/utilizzo di quegli stessi beni, inclusi i profitti che possono derivare da essi.

Il congelamento, come misura, è concepito per neutralizzare temporaneamente il controllo di un proprietario su un bene senza alterarne la titolarità o la natura giuridica. In altre parole, impedire che un soggetto disponga di un bene è molto diverso da disporne per conto proprio o per conto di terzi. È un distinguo che, nel diritto privato e nel diritto internazionale, procede da secoli di consolidata giurisprudenza e dottrina.

Quando l’Unione Europea parla di “utilizzare i profitti” o “impiegare i fondi congelati” per finanziare una terza parte, lo fa precisamente sulla linea di demarcazione tra mero congelamento e vero e proprio uso, ovvero una forma di appropriazione indiretta. Ed è proprio su questo punto che la Banca Centrale Russa punta il dito, affermando che qualsiasi forma di uso diretto o indiretto di quegli asset è illegale e viola il principio di immunità sovrana.  

Non possiamo liquidare questo come un semplice “disaccordo geopolitico”: siamo di fronte a un problema di ordine giuridico fondamentale. Se uno Stato o un’Unione di Stati può congelare beni sovrani e poi utilizzarli — direttamente o indirettamente — per i propri fini politici, allora il principio di immunità sovrana, da sempre cardine delle relazioni pacificate tra Stati, verrebbe indebolito.

La distinzione tra congelare e appropriarsi può sembrare sottile alla politica, ma non lo è per i giuristi. In ambito internazionale, il divieto di espropriazione senza indennizzo e la tutela giurisdizionale degli Stati sono principi solidi, difesi anche in trattati bilaterali e multilaterali di investimento. La prospettiva di utilizzare beni altrui — anche se congelati per sanzioni — spalanca la porta a contenziosi complessi che possono arrivare fino a tribunali arbitrali internazionali o corti nazionali di Stati terzi, come la stessa Banca Centrale Russa ha già annunciato di voler perseguire. 

L’implicazione per l’Europa e l’Italia: oltre l’argomento geopolitico

Qui non si tratta di essere “filorussi” o “contro l’Ucraina”. Si tratta di essere realisti sul piano giuridico e coscienti delle conseguenze sistemiche delle scelte politiche. Se lo strumento normativo europeo può essere interpretato — come sta accadendo — in modo da legittimare l’uso effettivo di asset sovrani congelati, allora si sta aprendo una falla nel diritto internazionale che potrebbe avere effetti retroattivi e destabilizzanti ben oltre il caso Russia-Ucraina.

L’Italia, come Stato di diritto e come membro dell’Unione Europea, non può semplicemente applaudire ogni decisione “politicamente utile”. Ha il dovere di difendere la certezza del diritto, la stabilità delle norme internazionali e la protezione dei principi che regolano i rapporti tra Stati. Questo non significa negare sanzioni o pressioni politiche legittime, ma significa assicurarsi che tali strumenti restino nei confini del diritto, altrimenti si rischia di svuotare il sistema giuridico di protezione dei diritti e delle garanzie che esso è stato costruito per assicurare.

La controffensiva della Banca Centrale Russa è un grido di allarme: non tanto perché mette in discussione il congelamento degli asset, ma perché interroga l’UE sul confine tra sanzioni legittime e usurpazione giuridica di beni sovrani. L’Italia dovrebbe prendere atto di questa dinamica non come un problema di amici o nemici, ma come una questione fondamentale di ordine giuridico internazionale.

Se l’UE vuole difendere l’Ucraina, lo faccia nel rispetto delle regole. Se vuole innovare il diritto internazionale, lo faccia con trasparenza, non aggirando principi consolidati. Perché una comunità di Stati basata sulla legge è più forte di una basata sull’arbitrio.

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Andrea Cisternino
Andrea Cisternino
Editorialista di stampo giusnaturalista, cattolico tradizionale , moderato ma non troppo
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